Disney continua la sua scelta di valorizzazione delle culture asiatiche (già iniziata con titoli come Mulan e Oceania) con una storia che ha caratteri somatici e personaggi del sud est asiatico (approssimativamente, un’area che comprende Thailandia, Laos, Cambogia, Viet-Nam), anche se ambientata nell’ immaginario mondo di Kumandra.

Dopo essere stato in pace per secoli, grazie anche alla protezione dei draghi, il luogo è funestato da un malefico spirito, il Druun, che trasforma in statue di pietra quelli che attacca. Ma non è solo il Druun a minacciare gli abitanti, perché Kumandra è diviso tra regni sempre in competizione tra loro, che lottano per appropriarsi dei frammenti di un cristallo che dovrebbe avere il potere di far tornare dopo cinquecento anni i draghi protettori, scacciare il Druun e riportare la pace.

Ad assumersi questo compito unificante è la giovane Raya, rimasta sola dopo che il padre si è sacrificato per proteggerla diventando anch’egli una statua. Il viaggio di Raya attraverso i vari regni, per recuperare i frammenti del cristallo (un’altra similitudine con Oceania), è accompagnato da un’insolita compagnia, costituita da un’insolente bambina e dalle sue scimmiette, educate a rubare con inaudita destrezza qualsiasi cosa, e un ragazzo che ha trasformato la sua barca in una sorta di ristorante nomade. La cosa che rincuora Raya è che è riuscita a risvegliare il dragone Sisu, che l’accompagnerà nel suo viaggio e che potrà aiutare la compagnia nei momenti di pericolo.

Alle consuete peripezie dell’eroina, che di solito si esauriscono in battaglie contro il nemico, questa volta la Disney ha inserito questioni più sottili, che riguardano le amicizie tradite, il bisogno di superare antiche rivalità, e l’importanza di aver fiducia nel prossimo. E forse questo è il problema che si nasconde nel film: è una storia sull’importanza della fiducia, che passa quasi tutto il tempo a mostrare che la fiducia è per gli stupidi e che ogni volta finirai per fare la figura del fesso. Però chiede ai suoi personaggi di fare un’inversione di 180 gradi e di affidarsi totalmente a qualcuno che ha tradito la loro fiducia. Una cosa che ha l’aspetto di una riconciliazione che arriva senza un travaglio e senza neanche un motivo serio.

Piuttosto che con un riconoscimento realistico che la vita è difficile e disordinata, ma vale la pena continuare a provarci, il film si accontenta che il paradiso perduto di Kumandra venga restaurato com’era una volta; ma può la discordia umana essere bandita dalla società da pietre magiche e dragoni magici, o anche da un singolo, per quanto drammatico, atto di fiducia tra alcuni personaggi chiave?

Raya e l’utimo drago è un film piacevole e appassionante, ma le cui motivazioni di fondo meriterebbero un approccio meno favolistico.

Il film è visibile sulla piattaforma Disney+.

Beppe Musicco