“Non sciupare la meraviglia con la fretta”, scriveva J.R.R. Tolkien nel Signore degli anelli, esortando tutti coloro che avrebbero aperto una lettera, scartato un regalo o camminato in montagna a pregustare nell’attesa la gioia e il compimento di una speranza. Tratto dal quarto romanzo del ciclo fantasy allegorico di C.S. Lewis, “Il principe Caspian” è un film sull’attesa, appunto, e sulla meraviglia. Sono cresciuti i quattro fratelli Pevensie – sebbene per loro sia passato solo un anno dagli eventi raccontati ne “Il leone, la strega e l’armadio” – e si trovano allo snodo della loro vita che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il più grande, Peter, è stufo di essere trattato come un bambino. La più piccola, Lucy, ha invece tanta voglia di ascoltare le fiabe ed è l’unica del quartetto davvero consapevole di poterne ancora vivere una. Da Londra, dove con malinconia vivono la loro routine scolastica, i ragazzi vengono catapultati nel regno di Narnia (con un espediente anche visivamente molto accorto) perché il suo popolo corre un tremendo pericolo. E’ perché Lucy non smetterà mai di credere a quanto le era stato rivelato e promesso dal leone Aslan che i nostri eroi arriveranno preparati alla battaglia contro le forze del male. Nell’attesa di questo scontro i ragazzi matureranno, si assumeranno la responsabilità di aver risposto ad una chiamata e sapranno essere all’altezza della fiducia che un intero popolo – soggiogato dalla violenza e rannicchiato nel terrore – ha riposto in loro. Impareranno, e noi con loro, non solo a non sciupare la meraviglia con la fretta ma anche a sconfiggere con la fede, insieme allo scetticismo, la paura di restare da soli. Il tutto, sia detto, grazie anche ad una confezione assolutamente perfetta e ad una cura nella realizzazione che non si vedeva in un fantasy almeno dai tempi del “Signore degli Anelli”. Grazie anche a set naturali estremamente suggestivi (la Nuova Zelanda e l’Europa dell’Est) e ad un uso intelligente degli effetti speciali, viene privilegiata la componente realistica, davvero essenziale in un film in cui bisogna credere a cose che per definizione sono appunto “incredibili”, ma anche opportuna quando bisogna mostrare per esempio l’ennesimo duello all’arma bianca (quello finale tra Peter e Miraz è tra i meglio girati degli ultimi venti anni). I grandi troveranno riferimenti shakespeariani (lo zio che usurpa il trono viene da Amleto, il sovrano che ha da temere gli alberi da Machbeth), i piccoli un topolino spadaccino – già presente nel libro – con cui il regista, che è lo stesso di “Shrek” 1 e 2, si è divertito a citare il proprio “Gatto con gli stivali”. Il cognome di questo regista, Adamson, in inglese significa “Figlio di Adamo”, appellativo di tutti gli esseri umani della saga di Narnia. Una coincidenza felice.,Raffaele Chiarulli