Pasticciatissimo thriller soprannaturale difficile da raccontare se si vuole mantenere un minimo di suspense per il lettore. Comunque, il film è più che confuso per tanti motivi. Innanzitutto la sceneggiatura, pessima, zeppa di luoghi comune di Ronnie Christensen che accantona il passato da scrittore di tv horror (sono suoi “Monster!” e “Chameleon 3: Dark Angel”, da noi ovviamente mai usciti) per cimentarsi in una sorta di thriller non ad alta quota, a dispetto del paratitolo, fuorviante, ma in un film di tensione dai forti debiti nei confronti de “Il sesto senso” e “The Others”. E certo, siccome si parla di misteriosi incidenti aerei e di altrettanto misteriosi superstiti non può mancare nemmeno la ripresa della serie epocale di questi anni, “Lost”. La narrazione è però sin dall’inizio molto frammentata; i personaggi poco credibili e ancor meno carismatici; i colpi di scena troppo telefonati. Insomma, un film risaputo con interpreti molto scialbi e sicuramente mal gestiti da un regista, Rodrigo Garcia, poco a suo agio al di fuori dei binari del dramma psicologico (era suo il discreto e corale “Nove vite da donna” di qualche anno fa). Due notazioni, a ogni modo: ci sono i film sbagliati e i film mal fatti; questo appartiene alla prima categoria. E’ sbagliato il registro utilizzato, soprannaturale-melodrammatico e soprattutto pare autolesionista la scelta di combinare un approccio antirealistico con i meccanismi di un thriller classico (il ruolo della compagnia aerea). Si poteva semplicemente buttarla sul thriller puro e magari pure con una buona dose di inverosimiglianza come un “Flightplan” qualsiasi ma almeno si sarebbe potuto colpire lo spettatore. Oppure, tentare – questa sì poteva essere nelle corde di Garcia – la strada dell’interiorizzazione della paura, del thriller psicologico. E invece si è deciso di combinare tutto, non riuscendo a gestire bene nulla. Abbastanza infausta la scelta del cast: se la Hathaway, poveraccia, cerca disperatamente di reggere da sola l’intera baracca (lei è in gamba e se ben diretta, come nel recente “Rachel sta per sposarsi” di Demme, può occupare la scena da sola), paiono fuori parte tutti i comprimari (tra cui David Morse) e soprattutto Patrick Wilson, bello e immobile, una versione ringiovanita e incolore di Kevin Costner, assolutamente incapace di gestire, almeno finora, parti recitative complesse. ,Simone Fortunato