Piccolo film dell’attore Thomas McCarthy, già distintosi come ottimo regista per il notevole L’ospite inatteso. È un film che, come il precedente, brilla per uno stile mai enfatico e per la recitazione intensa di tutto il cast. In particolare il protagonista: il panciuto Paul Giamatti, mai così efficace nel ritrarre un uomo giunto al bivio: l’età non più giovane, un lavoro – quello dell’avvocato difensore dei più deboli – che non lo sta salvando dalla crisi economica, una vita famigliare apparentemente quieta e segnata dalla routine. E come già il protagonista de L’ospite inatteso, Giamatti si vede stravolgere la vita da un incontro avvenuto in una circostanza che ha messo in dubbio più le meschinità che le virtù di questo piccolo avvocato di provincia. Un ragazzo, giovane e scombussolato, con un talento nascosto e con il bisogno di una famiglia e di un punto d’approdo.

Film lineare e positivo, con tanti pregi. Quello di mettere al centro per l’educazione di un ragazzo l’adulto, ma anche quello di sottolineare come tutti debbano fare i conti con le proprie meschinità accanto ai proprio sogni di gloria e ai propri desideri di bene. Lineare ed evidente è anche la metafora della lotta libera, di cui è appassionato coach il protagonista: l’immagine della battaglia con la realtà (e con se stessi), una lotta durissima, a volte ingrata, che è anche battaglia personale con il coach/allenatore/guida che ti accompagna, e fa il tifo per te, rimanendo ai margini. Non mancano le imperfezioni in questo film che usa uno sport assai fisico come strumento di riscatto, come tanti film americani e non, da Karate Kid a Rocky, di cui ritorna in un ruolo importante Burt Young, l’indimenticabile Paulie: la svolta con al centro il talento del ragazzino è poco verosimile; alcuni personaggi di contorno sono un po’ sfocati (come le figlie). Ma il film avvince e appassiona per la forte connotazione realistica dei personaggi principali e del rapporto che li segna. Quello, fatto di contrasti e grande affezione, tra il ragazzino e l’avvocato/coach e, sullo sfondo, il rapporto segnato da una discreta attenzione della moglie preoccupata per un marito sempre più distante. Un’immagine non convenzionale, almeno al cinema, di una famiglia che resiste unita, pure lei in lotta e in prima linea contro una crisi fatta non solo di soldi che mancano, ma anche di rapporti che vengono meno, valori che si sgretolano e buchi nell’anima che diventano voragini, come McCarthy ci ricorda mostrandoci nelle sequenze iniziali lo studio dell’avvocato con lo scarico del bagno che non funziona o le tubature che fanno le bizze. Eppure, dalle macerie si può ricostruire e la speranza si annida nei posti spesso più imprevedibili, tipo i capelli biondo platino di un ragazzo trovato per strada.

Simone Fortunato