Sono giovani, Amir e Sara, e hanno fretta di fuggire da un presente gramo verso un futuro che immaginano decisamente migliore. In Iran le cose non vanno bene (solo per il lavoro che non si trova? Come in altri film, il “non detto” è già una velata accusa al regime degli ayatollah), meglio raggiungere un amico in Australia, che se la passa alla grande. Mentre sono presi dai preparativi, tra valigie da chiudere e casa da riconsegnare al proprietario prima di correre in aeroporto, la babysitter dei vicini di casa chiede un favore: tenere per un breve tempo una bambina che dorme, mentre lei sbriga una commissione urgente. In attesa del ritorno della donna, e mentre arrivano parenti o amici, suonano telefoni e citofoni, passano persino gli intervistatori per il censimento, Amir e Sara continuano a correre, organizzarsi, agitarsi. Attenti, ma neanche troppo, a non svegliare la piccola. Che continua a dormire tranquilla. Anche troppo. Mentre la babysitter tarda a tornare.,Dramma serrato come un thriller, Melbourne – opera prima di Nima Javidi – è la conferma della freschezza di un nuovo cinema iraniano distante dalla generazione dei maestri Kiarostami e Makhmalbaf. Di cui è un nuovo riferimento l’Ashgar Farhadi di About Elly, Una separazione e Il passato, e magari in parte anche la generazione di mezzo di Jafar Panahi (Il palloncino bianco, Il cerchio), che contribuì a modernizzare la lezione dei predecessori innestando temi sempre più contemporanei con coraggio. Qui, in un contesto claustrofobico – non si esce mai, se non alla fine, dall’appartamento che la coppia sta per abbandonare – si gioca il dramma di una verità inconfessabile, di menzogne che sembrano inevitabili, della responsabilità delle proprie azioni e di conseguenze che si intuiscono fatali sul rapporto. L’imprevisto che capita ad Amir e Sara, la loro ingenuità nel finire nei guai, si traducono ancora una volta nella descrizione di una generazione che sembra prigioniera dell’esistenza e dei propri errori. Forse fin troppo calcolato e matematico, tanto da togliere aria e possibilità reali ad Amir e Sara, Melbourne si fa apprezzare però non solo per il talento nel condurre un gioco della tensione sempre più serrato, “hitchcockiano” con venature alla Polanski, ma soprattutto per come si inserisce in un cinema contemporaneo “morale”, che torna a interrogare le coscienze come il cinema classico di una volta, con temi e situazioni universali – l’apologo potrebbe avere ambientazione in qualsiasi città del mondo – che non possono non interrogare lo spettatore. Come il dilemma tra una terribile verità che può far saltare un programma di vita e la goffa scorciatoia del nascondere la realtà che mette in scena Melbourne. Un cenno di merito per la coppia di protagonisti, in particolare per Peyman Moaadi, ormai una star del nuovo cinema iraniano dopo Una separazione e altre opere viste e apprezzate nei festival internazionali più importanti.,Antonio Autieri