Film molto ambizioso ma altrettanto irrisolto. La storia è semplice, quasi banale. Un ragazzo originario di Catania (Germano, bravo anche nella cadenza e nell'accento, ma a tratti accademico: comunque non al suo meglio) si trova a Roma ad affittare una casa. Lui, molto indeciso sulla vita, sul lavoro, sugli affetti rimane affascinato da questa casa “parlante”, segnata dalla presenza di attori imprigionati decenni prima e che chiedono un aiuto su come uscire. Con una storia semplice e metaforica, Ozpetek punta molto in alto: sin dal titolo, che richiama la Magnifica ossessione di Douglas Sirk di cui il regista italo-turco è fervente ammiratore, ma anche passando alla scenografia che cita Visconti e il cinema d'autore italiano degli anni 50 e 60, fino alla gestione degli attori, tanti (troppi) in una vicenda che tocca ovviamente anche l'opera di Pirandello ed è ricca di suggestioni teatrali, per finire con i rimandi (anche qui troppi e non sempre riusciti) al grande Almodòvar al cui stile acceso Ozpetek ha sempre guardato con emozione. Troppa roba per un regista capace e ambizioso ma certo ben lontano dall'essere un “maestro”. Ozpetek possiede una buona tecnica e in passato è riuscito, anche rispetto ai noiosissimi colleghi italiani, ad infondere emozioni. La finestra di fronte, per noi il suo film migliore, era un buon melodramma costruito su pochissimo: una buona scenografia, tre attori ben amalgamati, una colonna sonora accattivante. E i vari Le fate ignoranti, Cuore sacro, Saturno contro, Mine vaganti erano film discreti arricchiti da un buon approfondimento psicologico. Soprattutto Ozpetek, che fino ad ora aveva “toppato” clamorosamente solo un film, Un giorno perfetto, è un regista che è sempre stato capace di gestire tono drammatico e comico: ha nel proprio DNA un'attitudine per il grottesco e per il popolare che solo i romani riescono ad avere, equilibrio che spesso l'ha salvato in corner da alcuni scivoloni nel kitsch. Scivoloni che non mancano in Magnifica presenza (il cameo di Platinette è incredibile, da “scult” assoluto) che non sono paradossalmente la cosa peggiore del film. Magnifica presenza ha altri problemi. Per cominciare la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista con la veterana Federica Pontremoli, mette troppa carne al fuoco: la psicologia e i dubbi anche di natura sessuale del protagonista, il teatro come luogo di verità e finzione, la solitudine esistenziale, il discorso metacinematografico. L'equilibrio tra i registri non è ben bilanciato: si ride quando non si dovrebbe (Platinette ma non solo) e non si piange quando si dovrebbe. Il segreto dei personaggi in cerca d'autore nella villa abbandonata è il segreto di Pulcinella e la svolta sul finale è gestita malissimo in termini di sceneggiatura e regia. Inoltre i sei personaggi sono maschere e fanno fatica a prendere forza; sono tutti bravi attori, senza dubbio (Vittoria Puccini, Margherita Buy, Andrea Bosca e Beppe Fiorello tra gli altri) ma freddi e distanti dallo spettatore. E ancora, alcune sequenze scritte male e dirette peggio: il modo con cui Germano si informa sulla vicenda della compagnia teatrale Apollonio è grossolano e elementare da un punto di vista narrativo. Gli basta accendere Internet e la macchina da presa indugia sul pc, come se un regista capace come Ozpetek non fosse in grado di raccontarcelo, questo passato, in altro modo. E lo stesso dicasi del riassunto di decenni di storia italiana fatto da Germano al gruppo di attori (con tanto di battuta di dubbio gusto sul Papa tedesco, ma perché?). Altri difetti: una gestione piatta e fredda delle emozioni, come nel chiarimento tra il protagonista e l'amico per cui organizza la cena, un certo numero di personaggi di cui si perdono misteriosamente le tracce (il coro delle bariste, il vicino di casa), un discorso sull'Arte e sulla Storia rigorosamente con le lettere maiuscole che non diventa mai vita vera. E alcuni scivoloni da fotoromanzo come nella rappresentazione del personaggio di Andrea Bosca, l'attore letterato della compagnia, a cui vengono messi in bocca dialoghi artificiosi e da ridicolo involontario. Che cosa rimane? Le cose che Ozpetek sa fare meglio da regista di storie e non da Autore totale: il tratteggio psicologico di alcuni personaggi, come quello collaterale ma riuscito e umanissimo della cugina di Germano, interpretato dalla brava Paola Minaccioni, le scenografie, curatissime di Andrea Crisanti, che restituiscono un certo cinema polveroso e d'altri tempi, qualcosa della colonna sonora. Solo qualcosa, perché anche la colonna sonora qui è usata non sempre bene: troppo invasiva, troppo presente. ,Simone Fortunato