Che il cinema sia stato inventato dai fratelli Lumière, nel 1895, bene o male lo sanno in tanti. Ma quanti hanno visto qualche loro film? Erano produzioni brevi, a volte di pochi secondi, ma già modernissime per scelte estetiche e sapienza nel cogliere aspetti seri o umoristici dell’esistenza. A regalare la possibilità di avvicinarsi alla loro opera in modo utile e anche emozionante è il documentario diretto da Thierry Frémaux (direttore del Festival di Cannes), su un progetto del grande regista Bertrand Tavernier, e realizzato dall’Institut Lumière di Lione in collaborazione con CNC (il maggior ente cinematografico francese), la Cinématheque française e il laboratorio L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, decisiva per il restauro digitale in 4K di queste preziose opere (l’eccellenza rappresentata a livello internazionale da questa istituzione dovrebbe essere conosciuta di più e inorgoglire ogni cinefilo italiano).

Diviso in undici capitoli e narrato dallo stesso Fremaux nella versione originale e, con ammirevole sobrietà, dall’attore Valerio Mastandrea in quella italiana, il documentario raccoglie 114 film realizzati tra il 1895 e il 1905, tutti al massimo di 50’’dei fratelli Auguste e Louis Lumière, da un catalogo di oltre 1.422 opere della loro Société Lumière: immagini riprese da loro o da collaboratori spediti in tutto il mondo, che ci offrono immagini d’epoca capaci di catturare la vita e raccontarla in modo buffo, arguto, toccante. Ci sono quelli conosciutissimi, come L’uscita dalle officine, L’arrivo del treno alla stazione della Ciotat, L’innaffiatore innaffiato, e i moltissimi sconosciuti anche agli esperti (fantastico quello sull’abbattimento di un muro da parte di alcuni operai, che per errore fu proiettato al contrario con effetto suggestivo e quasi inquietante ). Si vedono uomini, donne e bambini nelle varie attività, dal lavoro al gioco, ma anche paesaggi, città, fabbriche… Il tutto con grande semplicità e al tempo stesso con una qualità di trovate visive fortemente moderne (tagli di inquadrature oblique che fanno uscire l’immagine: famoso lo choc dei primi spettatori che videro L’arrivo del treno alla stazione della Ciotat, che temettero di essere investiti dal locomotore, per loro così “naturale”). Certo, c’è molto senno di poi: come se vedessimo oggi filmini di famiglia di un secolo scorso e ci emozionassimo fortemente (cosa che avviene in certi film di repertorio). Ma i Lumière furono i primi a farlo. Ed è sconvolgente e vertiginoso pensare alle loro immagini come alle prime in movimento della storia. Così come alle prime gag comiche, ai primi trucchi (non era solo il realismo estremo rispetto, per esempio, agli effetti speciali “fantasy” di George Meliès, spesso troppo contrapposti).

I due fratelli di Lione, che riescono a far sembrare in movimento immagini prese da camera ancora rigorosamente fissa, sembrano già molto consapevoli del mezzo, come Fremaux – con il tono commosso dell’allievo, ben riproposto dal “doppiatore” Mastandrea – evidenzia bene con poche, asciutte frasi che illuminano la “sapienza ingenua” dei pionieri della Settima arte. Il loro entusiasmo contagiava gli “attori” dei loro film, spesso inconsapevoli ma a volte già trascinati dalla capacità della camera di renderli “protagonisti”. Impossibile, per esempio, non emozionarsi, nel vedere quei bimbetti neri nelle ultime immagini correre davanti alla macchina da presa entusiasti e felici.

Antonio Autieri