Torniamo all’esotico pianeta di Pandora in Avatar – La via dell’acqua, il seguito (a lungo ritardato causa Covid) di James Cameron al suo epico film fantasy del 2009. I tempi sono cambiati tanto per gli spettatori quanto per Jake Sully (Sam Worthington), l’ex marine statunitense paraplegico che ora abita completamente il corpo imponente e dalla pelle blu di un indigeno della tribù Na’vi. Ma a differenza del nostro angolo di spazio devastato dalla pandemia, dalla politica e dallo streaming, Pandora è diventata una specie di paradiso dall’espulsione del “popolo del cielo” (ossia: noi avidi terrestri) che ha provocato ogni sorta di devastazione nel primo film.

Liberato qui dalla necessità di descrivere ancora i dettagli della società aliena che lui e la sua legione di tecnici hanno creato con i vari motion capture e CGI, Cameron nella prima ora dei 192 minuti osserva con amore Sully, la moglie guerriera Neytiri (Zoe Saldaña) e i loro quattro figli metà umani e metà Na’vi vivere un decennio di pace e prosperità. Attraversano fogliame lussureggiante, pescano nei fiumi con arco e frecce e si dilettano in eclissi notturne che trasformano il cielo sopra Pandora in un arcobaleno luminescente che sembra uscito dai nuovi sfondi dinamici per il desktop di un MacBook.

Ma Cameron, uno dei più straordinari megalomani dello show business cinematografico, ha sia le risorse economiche che la propensione a spingere fino in fondo una follia così pazzesca. In effetti, c’è qualcosa di affascinante nell’osservare i Pandoriani, prima che il “popolo del cielo” faccia il suo ritorno inevitabilmente distruttivo. Dimostrando che un cattivo che funziona non si butta mai via e grazie a un intelligente ripescaggio, l’antagonista defunto del primo Avatar, Miles Quaritch (Stephen Lang), rinasce egli stesso in un corpo Na’vi. Ha sete di vendetta e la sua ricerca ha il supporto di un complesso industriale militare supervisionato dalla generalessa Frances Ardmore (Edie Falco) – introdotta in modo esilarante mentre cammina in un impressionante esoscheletro mentre beve la sua tazza di caffè mattutina – che vuole colonizzare definitivamente Pandora. Rendendosi conto che i militari mettono in pericolo la loro tribù della foresta, Sully e la sua famiglia si dirigono verso la riva del mare dove si nascondono tra le popolazioni inizialmente ostili della barriera corallina di Metkayina. Gli adulti della laguna, interpretati da Cliff Curtis e Kate Winslet, lanciano sguardi sospettosi ai nuovi arrivati, mentre gli adolescenti bullizzano i figli Sully, in particolare il secondogenito ribelle Lo’ak (Britain Dalton) e la figlia adolescente adottiva Kiri (Sigourney Weaver), quest’ultima un prodotto genetico del personaggio deceduto della Weaver, la dottoressa Grace Augustine, del primo film.

La seconda ora del film è la più ampia, sebbene presenti alcune delle creazioni più stravaganti di Cameron, in particolare una specie di cetacei simile alle balene che comunica telepaticamente con la gente della barriera corallina. Ci sono diverse sequenze estese di Lo’ak che fa amicizia con una di queste creature, che è stata emarginata dalla sua tribù e che, insieme a Lo’ak, dimostrerà il suo coraggio eroico in battaglia. Si ha la sensazione che Cameron si sia così innamorato del lavoro richiesto per realizzare scene come queste (la maggior parte delle scenografie acquatiche sono state girate veramente in acqua, con gli attori umani addobbati con tute appositamente progettate) da essere disposto a fermare lo slancio narrativo della storia. In questa parte si rimane affascinati per l’aspetto visivo unico de La via dell’acqua: Cameron e il direttore della fotografia Russell Carpenter hanno girato il film in 3D ad alta frequenza di fotogrammi, e il nostro consiglio è di vederlo nei cinema in grado di rispettare questa scelta.

Ma siamo alla terza parte: Quaritch rintraccia la famiglia Sully con l’aiuto di alcuni cacciatori di balene interplanetari e Cameron rimonta ingegnosamente il finale del suo Titanic con alieni blu al posto di aristocratici in frac. È una lezione magistrale in termini di spettacolo, ritmo e coinvolgimento emotivo, che fa passare in secondo piano praticamente tutte le produzioni hollywoodiane ad alto budget del giorno d’oggi (anche se un talento così vasto probabilmente è figlio delle ossessioni del regista).

Avatar – La via dell’acqua paga lo scotto di essere (nonostante la durata) un film incompleto; bisognerà aspettare i prossimi due capitoli, con il finale (ma sarà davvero il finale?) nel 2026 . La storia (all’osso) si riduce al solito scontro buoni-cattivi, senza che ci sia attaccato molto altro, e il messaggio ecologico (gli abitanti della Terra distruggono tutto senza rimorsi pensando solo ai soldi) è alquanto semplicistico. Ma Cameron è indubbiamente un regista magistrale, capace di creare esperienze cinematografiche diverse da qualsiasi altra. Quindi non perdete l’occasione di vivere anche questa: non ve ne pentirete.

Beppe Musicco

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