Atlantis è ambientato nel 2025 nell’Ucraina dell’Est, dopo la fine della guerra. Racconta di Sergeij, un ex soldato sofferente di sindrome post-traumatica, che fa fatica ad abituarsi alla nuova vita in un Paese distrutto e desertificato. Dopo il suicidio del suo miglior amico e la chiusura della fonderia in cui lavora, inizia a fare il trasportatore. Durante un viaggio conosce Katya, volontaria del progetto “Tulipano nero” che si occupa di recuperare e identificare corpi di civili o soldati morti in guerra. Che sia quella la strada per ridare un senso alla propria vita?

Diretto dal regista ucraino Valentyn Vasjanovyč, Atlantis immagina la vita nell’Ucraina dell’Est dopo la fine della guerra. Un film girato nel 2019 che faceva riferimento al conflitto nel Donbass ma che, visto oggi, suona drammaticamente di attualità e tristemente profetico. Il regista – che al tema ha dedicato anche il recente Reflection del 2021 – sceglie il punto di vista di un ex soldato, Sergeij (Andriy Rymaruk), alle prese con la difficoltà di poter tornare a una vita normale. Si porta dietro i traumi della guerra, il fatto di essere stato un soldato, di ritrovarsi in un Paese che non può offrirgli altro che il lavoro in una fonderia che sta per chiudere. Lo circonda la morte; non solo quella fisica ma quella di un Paese diventato inabitabile, senza acqua potabile e completamente inaridito. Una ragione di vita gliela dà l’incontro con Katya (Liudmyla Bileka) una volontaria che partecipa a un progetto di recupero di cadaveri per restituire loro l’identità perduta. Da questo ulteriore incontro con la morte Sergeij sembra trovare una nuova ragione di vita, insieme al sentimento che lo lega alla ragazza. Lo stile registico è rigoroso; lunghi piani sequenza, cinepresa fissa e inquadrature in primo piano colpiscono lo spettatore cui si richiede concentrazione per entrare in una storia non facile – ci sono scene di diversi minuti in cui vengono descritti i cadaveri recuperati – che rende bene la catastrofe umana e psicologica cui conduce la guerra. Al protagonista, il regista fa dire di non voler lasciare il Paese, di non voler tornare a vivere tra le persone “normali” perché lui non riuscirebbe più ad adeguarsi a un mondo diverso. Un messaggio chiaro di chi, in un modo o nell’altro, non riesce a staccarsi dal Paese in cui è nato e cresciuto malgrado la devastazione cui ha assistito. Atlantis non è certo un inno alla vita ma alla scoperta di una possibile speranza che sembrava perduta. Presentato alla Mostra del Cinema del 2019, il lungometraggio si è aggiudicato il premio come miglior film della sezione Orizzonti.

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