Che cosa è Avatar? Avatar è l’esperienza di un altro mondo possibile. Di più: è la creazione di un altro mondo. E’ questa la grande invenzione di James Cameron. A cui certo non si può chiedere né pretendere qualità che non ha mai posseduto. Introspezione psicologica ? Cameron, anche nei suoi film più felici (i due memorabili Terminator e il sequel gustoso di Alien) l’ha sempre buttata sui muscoli, sul ritmo e sulle emozioni forti. E’ uno che colpisce allo stomaco e per questo usa ottimi effetti e poco più che figurine, per quanto riguarda i personaggi: il Terminator di Schwarzenegger, anche quando passa dalla parte degli umani nel T-2 conserva del prototipo degli inizi degli anni ’80 uno certo schematismo e una certa rigidità non solo interpretativa. Così come sono cattivissimi il suo antagonista praticamente muto in T-2, il ricco e cattivo di Titanic, e buon ultimo, il colonnello Quaritch di Avatar così vicino quanto a crudeltà e violenza ai vari terminator e alle creature di Aliens. Insomma, da una parte un’umanità fragile, piena di lividi ma caparbia e determinata (Michael Biehn in Terminator, la Weaver in Aliens, lo stesso Di Caprio, povero eroe senza mezzi ma con grandi sogni in Titanic) contro le macchine killer, senz’anima e spietate. In Avatar semmai, si registra un ulteriore passo in avanti con il conflitto tra l’uomo di natura, naturalmente buono, impersonato però – significativamente – dalle creature aliene, i Na’vi, e dall’altra un’umanità cattiva, dal cuore più freddo delle macchine ingabbiate nelle quali spesso si muovono in battaglia, una popolazione di mercenari senza cuore e con pochi scrupoli (con una significativa eccezione) al soldo di una Compagnia che vorrebbe massacrare Pandora per ricavarne il petrolio del futuro. Da qui tutta una lettura, corretta ma forse riduttiva, che vuole il film di Cameron celebrare il ritorno in voga del mito del buon selvaggio, accompagnato da una buona dose di panteismo e di correttezza politica (l’ambientalismo tanto di moda).

C’è però altro nel film: c’è un utilizzo del cinema come mezzo cinematografico totalmente nuovo: il cinema non è più un mezzo per rappresentare un modo possibile o mondo, ma un mezzo per creare un altro mondo, analiticamente e sinteticamente mostrato con orgoglio da Cameron. Un altro mondo dal punto di vista naturalistico, botanico, cromatico, faunistico vicino ma anche lontanissimo dalla Terra (è la prima volta al cinema che non mi sono mai sentito così lontano dalla Terra). Non è soltanto il punto d’arrivo di effetti speciali mirabolanti in grado davvero di far impallidire le già incredibili visioni di Jackson nella sua Trilogia dedicata a Il signore degli anelli: è il punto di partenza di un altro modo di fare cinema e di concepire il cinema come sguardo sul mondo e strumento della realtà. Ecco: forse il punto è proprio questo. Cameron reinventa l’uso del mezzo cinematografico che diventa strumento della possibilità e non più o non soltanto strumento di presa diretta della realtà. Da questo punto di vista Avatar è una contraddizione in se stesso, si potrebbe dire quasi un paradosso: è il film che denuncia senza pietà la piega barbarica che ha preso l’umanità del futuro invocando un ritorno alle origini, all’uomo primitivo, tutto istinto, simbiosi con la natura ma al tempo stesso è anche un monumento impeccabile alla sapienza dell’uomo, alla sua invenzione, alle sue capacità tecniche e narrative.

Da ultimo, il film, come tutti i grandi film ha tanti film in sé, è una contaminazione unica di generi diversi, dal western alla fantascienza moderna all’horror e al fantasy. Cameron, che stupido non è, cita, senza mai far pesare le citazioni, comunque assai gustose: dal risveglio della scienziata interpretata dalla Weaver-Ripley al cattivo, degno erede di Schwarzy, alla battuta carinissima e per soli fan pronunciata dalla stessa Weaver al cattivo di turno: «Non sei mica il capitano Kirk». E il risultato è un’opera nuova e coerente, un mondo nuovo e compatto, certamente pagano, acristiano, panteista, visivamente lussureggiante e complesso e che segnerà un nuovo strappo, dopo quello di Peter Jackson, nel cinema del presente sia dal punto di vista strettamente tecnico, sia dal punto di vista di concezione del mezzo cinematografico e delle potenzialità. Il fatto che il mondo cristiano come lo conosciamo in un futuro nemmeno troppo lontano, semplicemente non è nemmeno concepito non deve spaventare. Il cinema nelle sue migliori espressioni è sì intrattenimento ma anche arte e come tutte le forme d’arte sintesi del mondo in cui siamo immersi. E, ahinoi, il nostro è un mondo non più o non univocamente cristiano. Simone Fortunato

Pubblichiamo anche un parere contrario al film campione di incassi di James Cameron

Jake Sully, un giovane ex marine rimasto in sedia a rotelle, viene ingaggiato per svolgere una missione particolare sul pianeta Pandora, ad anni luce dalla Terra. Qui un consorzio di aziende estrae un prezioso minerale dalle viscere della terra, ma incontra difficoltà con la popolazione indigena dei Na’vi, che vive in armonia con la natura e vede con ostilità lo sfruttamento “alieno” del pianeta. Jake, “indossati” i panni di un avatar (un corpo biologico con DNA umano-Na’vi attraverso un collegamento neuronale), ha il compito di collaborare con gli scienziati che studiano Pandora, ma segretamente viene incaricato dal colonnello Quaritch, capo dei mercenari che difendono gli interessi terrestri, di raccogliere informazioni in vista di uno scontro armato con i Na’vi.,Nella sua missione, però, Jake viene in contatto sia con la dottoressa Augustine (che studia con passione la biologia e gli abitanti del pianeta e vuole che ne siano rispettati usi e diritti), sia con gli stessi Na’vi, a partire dalla bella e coraggiosa Neytiri, con cui stringerà un profondo legame. E così quando l’avidità dei terrestri porterà a uno scontro, Jake dovrà fare una scelta radicale…

A 13 anni da Titanic (i cui record di incasso Avatar punta a superare anche grazie ai maggiori introiti legati alle proiezioni in 3D) James Cameron torna sul grande schermo con una vicenda dai toni epico-ecologisti fatta apposta per esaltare la tecnologia rivoluzionaria che permette di creare mondi e personaggi mai visti prima. Una vicenda che, tra l’altro, mette in scena all’interno degli eventi proprio il meccanismo di motion capture (la tecnica che consente di catturare la recitazione degli attori in carne ed ossa per trasformarla in personaggi virtuali totalmente realistici – degli avatar, per l’appunto – inseriti in sfondi creati ad hoc) traducendolo nella trovata scientifica che permette al paraplegico Jake di guidare a distanza un corpo biologico ibrido umano-Na’vi.,Lo spettatore in questo modo assiste, ma in un certo senso anche partecipa, a questa “rivoluzione” tecnologica, sorprendente, certo, ma di per sé non sufficiente a cambiare lo statuto del cinema come arte: lo riconosce lo stesso Cameron, che nonostante tutto continua ad assegnare il primato alla storia. Storia che in questo caso segue i binari della drammaturgia epica più classica, con un eroe progressivamente affascinato dal mondo chiamato ad esplorare e conquistare (come il soldato di Balla coi lupi, ma anche, più banalmente, Pocahontas), antagonisti invero piuttosto monodimensionali, mentori di varia natura. Non solo l’affascinante Neytiri, ma anche la scienziata Grace Augustine, che ha nel suo nome ben due accenni alla religione cristiana, e da scienziata cerca una spiegazione bio-chimica alla connessione dei Na’vi con la natura, ma finisce per “convertirsi alla fede” in punto di morte.

Senza passare per il via (quella Terra sovrappopolata e inquinata al punto da esigere spedizioni interstellari di parecchi anni luce per tentare un salvataggio, un “pianeta morente” come lo definisce senza rimpianti lo stesso Jake, un luogo degradato anche moralmente e dove tutto sembra avere un prezzo) lo spettatore viene gettato nel lussureggiante (ma pericoloso) mondo di Pandora, popolato di creature stupefacenti e spesso pericolose, piante enormi dai colori vivaci, volatili simili ad animali preistorici, ma soprattutto da indigeni dalle fattezze flessuose e l’animo puro.,Grazie al loro stato di “innocenza” i Na’vi hanno mantenuto una profonda connessione con la natura, di cui Cameron sente la necessità di dare una visualizzazione fisica, pure un po’ ingenua attraverso i tentacolini della treccia dei Na’vi, sorta di biologiche prese USB. ,Connessione con le creature, ma anche una sorta di divinità (Madre Natura, Ewya), che forse rappresenta l’unica emergenza di un richiamo a una divinità personale in un mondo che vive invece di una sorta di panteismo spiritualista in cui sono impastati sciamanesimo indiano e induismo, mentre visivamente l’apparenza fisica dei Na’vi e i loro riti richiamano quelli delle tribù africane.,Di fronte a tanta armonia e con il contributo delle attrattive di una bella nativa (nonché, naturalmente dal ritrovarsi in un corpo sano), Jake si lascia presto prendere dai dubbi sulla sua “parte”, e di fronte agli eccessi (in alcuni passaggi volutamente e gratuitamente insensati) degli “occupanti” (e ogni riferimento a fatti o luoghi dell’attualità è tutt’altro che casuale) cambia campo, si unisce alla resistenza disperata dei Na’vi e riveste i panni del leader guerriero a cavallo di un temibile e mostruoso volatile simile a uno pterodattilo. ,L’implicito (anche se certamente non voluto) paternalismo – deve arrivare un umano per insegnare ai nativi a combattere – è compensato dal fatto che Jake si trova di fatto a incarnare, secondo la tradizione di molte mitologie, l’eroe straniero inviato a salvare il popolo in difficoltà.,Le scene di battaglia che lo vedono protagonista sono indubbiamente stupefacenti, con un uso del 3D destinato più che a travolgere lo spettatore a coinvolgerlo profondamente nell’azione e nel mondo rappresentato.,E mentre Jake è indotto poco a poco a deporre la propria umanità fisica a favore di un travaso della coscienza sempre più definitivo (al punto da chiamare alieni i suoi simili), non si può non provare una certa inquietudine di fronte al giudizio senza appello che condanna la Terra e i suoi abitanti alla morte. Una popolazione che, rappresentata all’inizio come una masnada anonima di spietati conquistatori secondo una tradizione storica oltre che cinematografica (si pensa ai colonizzatori dell’Impero Britannico o agli Spagnoli con le popolazioni della Mesoamerica), finisce per rivelarsi in tutta la sua fragilità di fronte alla natura (o Natura) che si ribella allo sfruttamento.

L’abilità con cui Cameron conduce all’interno del mondo meraviglioso di Pandora (esigente, ma generoso, semplice nelle sue regole e nei suoi ordini gerarchici, apparentemente pacificato anche con la tragedia della morte, privo di profondi conflitti tra gli individui), la voluta semplificazione stereotipata con cui vengono rappresentanti gli antagonisti e le loro motivazioni (avidità, presunzione, sete di violenza), non lasciano spazio ad altra possibilità che accettare in toto la scelta di Jake. Una prospettiva che non può non lasciare con l’amaro in bocca perché, sotto le pieghe di un racconto dai toni epici, racchiude un triste messaggio di morte per la nostra specie e la nostra civiltà.

Luisa Cotta Ramosino