Le stelle inquiete è una stimolante ricognizione di una regista indipendente (Emanuela Piovani, autrice anche della sceneggiatura, con Lucilla Schiaffino) attorno a una delle figure intellettuali più limpide del primo Novecento. Simone Weil, ebrea francese, è in fuga da Parigi durante l’occupazione tedesca e, nell’estate del 1941, ripara nella fattoria dei coniugi Thibon. Qui, instancabilmente, continua i suoi studi sul conflitto sociale che oppone i privilegi dei ricchi alle ristrettezze delle classi povere, immedesimandosi il più possibile nello stile di vita pieno di privazioni dei braccianti agricoli. Con gli echi della guerra in corso, le riflessioni di Simone, già scevre di ogni connotazione partitica, si allargano a idee di morale universale e di giustizia sociale, precedenti a qualunque ideologia. Il suo ospite, Gustave Thibon – il cui latifondo immerso nella campagna marsigliese è un’oasi protetta, non solo dalla guerra ma anche da tutti gli stimoli del mondo moderno – rimane affascinato dal suo pensiero, mettendo in crisi tutte le sue convinzioni. Alla morte di Simone Weil nel 1943, Thibon (intellettuale autodidatta definito “il filosofo contadino”) ne erediterà gli scritti marsigliesi e li pubblicherà con il titolo L’ombra e la grazia (in francese La pesanteur et la grace, cioè “La pesantezza e la grazia”), la cui divulgazione contribuirà alla fortuna letteraria della filosofa.,L’episodio è vero ed è raccontato con leggerezza, in contrasto con i temi profondissimi di cui si fa carico. Simone, per migliorare il mondo, vuole assumerne su di sé i disagi; tale intenzione smette di essere un’utopia quando, così facendo, Simone ottiene la conversione di chi le sta accanto. “Le vostre parole non traducevano la realtà – ammette Gustave disarmato – ma la versavano in me nuda, vera e totale”. Le stelle inquiete, quindi, sono quelle che Simone Weil osserva di notte, rifiutando non solo il binocolo ma anche i propri occhiali, (quasi per sentirne il rumore), ma è una stella inquieta ella stessa che, senza rinunciare mai a splendere, è anche incapace di interrompere la sua continua ricerca del vero. Anche in Gustave si accende così una scintilla, un desiderio di essere protagonista di una Storia da cui si è tenuto lontano per apatia (e infatti da allora, per tutta la vita fino alla morte nel 2001, Thibon pubblicherà decine di saggi di filosofia). Peccato che resti solo accennata, meno che sullo sfondo, la Simone Weil mistica che, pur non abbracciando mai in toto la chiesa cattolica, si lasciò commuovere, facendosene conquistare, dal messaggio cristiano.,Da un punto di vista artistico – stilistico, poi, le pecche sono molte: ogni tanto il film è troppo verboso e cerebrale, vorrebbe dire cose importanti ma è troppo impacciato con la grammatica del cinema per poterle esprimere nel modo migliore. Così perle di saggezza tratte dalle opere della Weil (“Non ci sarebbe la guerra senza la paura”; “l’essenza del coraggio non è la forza ma la speranza”; “l’amore non è indulgenza, ma un grande impegno”) rischiano di cadere nel vuoto perché non sorrette né dalla sceneggiatura né dalla regia. Il fascino singolare del film, però, paradossalmente, risiede proprio nell’essere sia artigianale sia intellettuale e operazioni come queste, per quanto riuscite a metà, hanno spesso il merito di generare curiosità nello spettatore e di indirizzarlo verso la lettura di qualche buon libro.,Raffaele Chiarulli,