Mario, affermato medico romano di una clinica privata, parte per il Kenya: va a trovare un amico di vecchia data anch’egli medico, che ha deciso da anni di vivere la professione in Africa, a contatto con situazioni disperate in un ospedale improvvisato e senza risorse in mezzo al nulla. Una realtà in cui Luca è amato dalla popolazione e si è ricostruito una vita dopo dolorose vicende passate. In questa realtà Mario vorrebbe essere d’aiuto ma non riesce ad adattarsi: troppo diversa e lontana dalla sua mentalità e abitudine questo angolo sperduto e misero di mondo; e le sue goffaggini e idiosincrasie creano più nervosismo che simpatia nel campo. Tra i due medici, inoltre, l’amicizia antica è venata da non detti, da tensioni non chiarite. Peraltro ognuno si porta scheletri nell’armadio, entrambi sono in fuga da qualcosa. Ed entrambi sono legati dalla stessa donna, Ginevra, moglie di Mario ma un tempo amata anche da Luca. A un certo punto la donna arriva anche lei in Africa, e le cose iniziano a complicarsi ulteriormente.,Detta così, sembrerebbe la solita storia di amori, tradimenti, corna, condita da personaggi ricchi e borghesi contrapposti ad altri che la borghesia l’hanno rifiutata per vivere per gli “ultimi”. C’è tutto questo nel film, ma fin dall’inizio immerso in un taglio da commedia acre pimpante, divertente, caustica. Grazie soprattutto al ping pong tra Favino e Accorsi, vecchi amici davvero e attori affiatati, che ridono, litigano (di brutto…), si sfottono come due compagni di lungo corso. Il film perde un po’ di brio con l’arrivo di Ginevra, interpretata peraltro dalla bella e brava Vittoria Puccini. Più che altro perché l’accumulo di temi e situazioni – a partire da un problema giudiziario di Mario – sembra far perdere equilibrio alla trama. E invece nell’ultima parte, piena di colpi di scena, si chiarisce che la vicenda è meno scontata di quel che si temeva (nei primi minuti si paventa che Accorsi sia il solito medico coraggioso e senza macchia, ma non è così) e, che come in Figli delle stelle, il tasso ideologico del “no global” Lucio Pellegrini (autore di Ora o mai più, su un gruppo di giovani diretti al G8 di Genova) è tenuto a freno da una capacità di descrizione dei personaggi e di realizzare una commedia ritmata e non indegna dei modelli antichi cui guarda (evidente, e ammesso esplicitamente, il legame con Riusciranno i nostri eroi…). A tratti molto divertente – Pellegrini, che pure non scrive la sceneggiatura, in questi film ci sa fare quando vuole: come nel suo divertentissimo esordio E allora mambo – il film mescola però anche altri ingredienti oltre alla commedia, dal dramma (la morte dietro l’angolo) al sentimento al giallo, con una serie di colpi di scena nel finale che sono ben controllati ma soprattutto regalano al film una soluzione intrigante tra i tanti finali possibili. Che potrà sembrare cinica ma non lo è.In La vita facile, al di là di alcune semplificazioni tipiche di certi film italiani (il medico corrotto, il raccomandato, il ribelle), i tre personaggi principali sono più sfaccettati del previsto; nessuno è totalmente buono o cattivo (anche se alla fine del triangolo un “lato” ne esce molto peggio). Soprattutto, i tre interpreti rendono al meglio i propri ruoli, in particolare il solitamente bravissimo Favino (con tempi anche comici perfetti) e un Accorsi più in forma del solito. Ma altri personaggi minori si ritagliano il loro spazio (come l’“infermiera” Camilla Filippi e il vivandiere Angelo Orlando), al pari di alcune vicende di contorno: su tutte il bel rapporto che si crea tra Favino e un bimbo africano, soprannominato Ippocrate, malato di tubercolosi. Manca sempre qualcosa, in film come questi (per esempio: l’Africa, fotografata nel suo splendore e nelle sue miserie, non ha mai un personaggio – africano o occidentale – che viva con dignità e speranza quel contesto ma solo con condiscendente disagio). Ma ci sembra un passo in più verso una commedia matura e ben realizzata.,Antonio Autieri