L’umanità si ridesta. Tra litigi d’amore e amori d’ascoltare si muovono uomini grossi e impacciati seguendo il ritmo della fanfara suonata da una banda che ha qualcosa d’ultraterreno. “Du Levande” – questo il titolo originale – di Roy Andersson (regista svedese a cui il Bergamo Film Meeting ha dedicato una retrospettiva nel 2003) è uno dei più bei film presentati a Cannes quest’anno. Purtroppo collocato nella rassegna laterale Un certain reguard, quando sarebbe stato meritevole di un posto nella selezione ufficiale per la capacità di mettere in scena la commedia dell’esistenza. Un film corale, in cui i personaggi sembrano interrompere un continuo passaggio del testimone quando scelgono di raccontarci un episodio della loro vita, rubando qualche minuto di troppo. Una ragazza sposata a un chitarrista distante, una grassona che pensa soltanto a se stessa, un operaio condannato alla pena di morte per aver distrutto un servizio di porcellana antica: si gioca con il grottesco e si strappa la risata, ma l’intento è altro e molto alto. In questa commedia, che a tratti si tinge di nero, è messa in scena un’umanità ripiegata su di sé, come dichiara uno psichiatra ormai distrutto dai suoi pazienti che non sono malati, ma soltanto egoisti. E una voce si leva sopra le molte teste protagoniste del film, un canto femminile in cui si evoca la speranza di una vita oltre la morte, distante dalla sofferenza. Un piccolo gioiello d’autore, da non dimenticare anche se lasciato ai margini dalla distribuzione.,Daniela Persico