All’inizio vediamo questa Angie, bionda trentenne aggressiva e affascinante come una vittima di un sistema maschilista: avendo rifiutato le pensanti avances di un capo, viene brutalmente messa alla porta nonostante le evidenti capacità e i risultati ottenuti in pochi mesi. E se qualcuno fosse prevenuto nei confronti di Ken Loach – il regista “rosso” per antonomasia, che rivendica ancora il suo marxismo – potrebbe pensare al “solito” apologo a favore degli sfruttati, contro i padroni; in questo caso, capi di un’agenzia interinale, quindi gli sfruttatori per antonomasia gestendo precari a oltranza.,Questi giudizi socio-politici nel film ci sono, ma le cose si ingarbugliano – felicemente, è il caso di dire: essendo cinema, e non un pamphlet politico: Ken Loach è molto meglio di tanti suoi emulatori – quando Angie e l’amica Rose aprono un’agenzia sui generis, con un ufficio che è casa loro (Angie ha un figlio di 11 anni, Jamie, ma lascia che viva a casa dei nonni, che dal conto loro la giudicano madre inadatta); con selezioni nel cortile di un pub; con regole inizialmente chiare (lavoro solo agli immigrati regolari, con passaporto), da cui la sete di guadagno (o di sopravvivenza) fa velocemente derogare. Una volta, due: poi l’irregolarità diventa sistema; anche perché le cose vanno bene, e i soldi arrivano. Ma aumentano i rischi, con gente disperata che implora un lavoro, lo pretende, vuole i soldi nei tempi previsti. E, sopra Angie e Rose, committenti in buona o cattiva fede non pagano, rischiano a loro volta, falliscono, pagano anche con la violenza. Perché, in questo sprazzo di Gran Bretagna che Loach racconta (quello della working class, soprattutto medio-bassa: quello che conosce meglio e che gli ha fatto realizzare capolavori come “Riff Raff”, “Piovono pietre”, “Ladyburd Ladybird”, “My name ins Joe” e la prima parte di “La canzone di Carla”), la violenza fa capolino, eccome. E anche le due donne dovranno guardarla in faccia. E decidere come reagire, se accettare anche il gioco sporco, non farsi condizionare da persone e sentimenti.,La bravura del regista e del suo fedele sceneggiatore Paul Laverty (sulla stessa lunghezza d’onda politica del collega) sta nel capovolgere il punto di vista che ci si aspetterebbe: non gli sfruttati, ma una nuova sfruttatrice, che accetta quasi ineluttabilmente di passare dall’altra parte della barricata. E pian piano accetta e si impone metodi spregiudicati, senza remore. Il personaggio di Angie non ci sembra scritto a tavolino in sceneggiatura – premiata a Venezia 2007 – ma prende vita con dettagli arguti o irritanti (come si presenta, come usa gli uomini dell’Est come oggetti sessuali, come non sa minimamente cosa significa educare il figlio), non è risolto in modo univoco (il sentimento di commozione per una famiglia di clandestini che vive in una fredda cantina la spinge ad aiutarli, inizialmente) e risulta veritiero grazie all’interpretazione della quasi esordiente, bravissima Kierston Wareing. Angie è come è per un insieme di fattori: lasciato un marito scioperato e inetto (“un giorno si è seduto sul divano e non si è più alzato”), sente un’urgenza di riscatto sociale e vuole con forza raggiunger ei suoi obiettivi, con un impeto quasi maschile (ma di donne così è pieno ormai il mondo del lavoro).,Certo, la visione sociale di Loach non ci convince del tutto, e quel il condannare il lavoro interinale come origine di tutti i mali del mondo del lavoro suona ideologia vecchia. Eppure convince il ritratto umanissimo di una donna senza un baricentro affettivo (neppure il figlio lo è; e il giovane polacco con cui vorrebbe andare oltre l’avventura capisce bene che non ci può essere storia tra loro), che rischia di diventare un mostro agli occhi di poveri disperati e che non ha coscienza delle proprie azioni. La colpa è del denaro e della società, sostiene Ken Loach. Francamente no, è una risposta troppo facile e limitata. Il denaro (ma potrebbe essere anche altro: il sesso, il potere) risveglia solo la bestia che c’è in noi. Quella possibilità di male (e anche quel poco di bene) si annida naturalmente nel cuore di Angie, che non si cura neppure dei pochi (bella la figura del padre, operaio in pensione) che vorrebbero scuoterla da una deriva di lasciarsi vivere disumano.,Antonio Autieri