Vera Drake è una donna che, nella Londra degli anni 50, trasmette amore e solidarietà a tutte le persone che la circondano. Gira da una casa all’altra portando aiuto e conforto a tante persone in difficoltà: l’anziana madre sempre a letto, una donna disoccupata e con famiglia, un uomo bloccato in casa dalla malattia. Ciò che più le preme è alleviare le sofferenze altrui ed è per questo che comincia a praticare, in una “serena inconsapevolezza” (ma sapendo che ci sono dei rischi) aborti clandestini a giovani donne rimaste “inguaiate”. Il tema dell’aborto è delicato e allo stesso tempo spinoso, ma il bravo regista inglese Mike Leigh (suo, anni fa, l’ottimo Segreti e bugie), che con quest’ultima fatica si è aggiudicato il Leone d’Oro a Venezia, riesce a trattarlo con equilibrio e lucidità. Equilibrio, perché quella che la protagonista percorre non è l’unica strada che il regista considera (in coerenza con quella che era la legge dell’epoca) per affrontare il problema. Vera, infatti, compie – “generosamente” e gratuitamente: ma alle spalle della sua ingenuità una cinica sfruttatrice che le procura le ragazze ci guadagna eccome – una serie di azioni criminose, perché l’aborto clandestino è illegale, la legge lo vieta. D’altra parte, solo chi ha seri problemi psichici e tanti soldi da spendere può entrare in una clinica e fare tutto in maniera pulita, alla luce del sole. Infatti alla vicenda della protagonista scorre parallela la storia di una ragazza della Londra “bene” che, dopo aver subito una violenza, decide di abortire mettendo mano al portafoglio e fingendo di essere mentalmente instabile.

Due storie diverse per sottolineare due strade, quella consentita dalla legge ma inaccessibile alla maggior parte delle persone e quella non consentita (e rischiosissima per la salute) ma accessibile a tutti. A differenza di altri suoi film precedenti, questa volta il regista punta meno al coinvolgimento emotivo dello spettatore, alle emozioni, piuttosto cerca di realizzare un film-inchiesta, che vuole descrivere un momento particolare della storia inglese senza prendere una posizione chiara e netta, lasciando allo spettatore tutte le risposte. E ci riesce bene, anche se con qualche problema di ritmo a volte eccessivamente rallentato, ma d’altra parte forte di una protagonista eccezionale sempre al centro delle inquadrature (Imelda Staunton). Tra gli altri meriti di Mike Leigh: una messa in scena sitilisticamente perfetta, con la descrizione di ambienti proletari realistica e precisa (a rappresentare un pezzo di società marginale ma decoroso) e la direzione di un gruppo di attori straordinari.

Il segreto di Vera Drake è un film che non vuole apparentemente prendere posizione a favore dell’aborto e non la vuole imporre allo spettatore, ma soltanto farci capire quanto fosse sbagliata e “imparziale” la gestione di questo problema nell’Inghilterra di cinquant’anni fa. In realtà, Leigh ci fa capire che sta dalla parte della legalizzazione dell’aborto (evitando i rischi dell’aborto clandestino e le ipocrisie di una società che permetteva solo ai ricchi di risolvere il problema), ma evitando i manicheismi di tanto cinema laicista recente: insomma, non è Magdalene (anche perché Leigh, ottimo autore, non è un mediocre “pamphlettista” come Mullen), le poche figure religiose non sono abiette e perfino i poliziotti che arrestano Vera sono caritatevoli e comprensivi, mentre in film di argomento simile buoni e cattivi sono divisi nettamente. Il figlio, che tra tutti i famigliari, è il più sconvolto e scandalizzato dal “segreto” della madre, non viene disegnato come un ottuso bigotto dal regista, che dà spazio anche al suo umanissimo (e giusto, sia detto chiaramente) punto di vista: «Non pensavi a quello che facevi? Sono bambini!». Ma pur su livelli di correttezza che il cinema contemporaneo si sogna, anche Leigh rimane reticente: perché il diritto delle “povere ragazze” non fa trapelare almeno un laico dubbio sui diritti di un altro (piccolissimo) essere vivente? E soprattutto: come è possibile che una donna innamorata della vita come Vera Drake non si ponga nemmeno il problema, di quello che sta facendo? Ponendo la massima attenzione alla questione sociale, Leigh sembra tralasciare problemi morali tutt’altro che secondari.

Francesco Tremolada