È il 25 gennaio 2011 quando la grande piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, accoglie migliaia di cittadini egiziani che chiedono a gran voce le dimissioni del presidente-dittatore Hosni Mubarak. Da trent’anni (dal 1981, anno dell’assassinio dell’allora capo di Stato Anwar al-Sadat) il regime di Mubarak costringe il Paese in uno stato di emergenza che implica l’imposizione del coprifuoco, il conferimento di poteri speciali alla polizia e una forte limitazione dei diritti umani. Nella folla di piazza Tahrir, individui provenienti da diversi contesti e seguaci di diverse religioni sono avvicinati dal comune senso di sfiducia nei confronti delle autorità. Tra loro ci sono anche i giovani attivisti Ahmed e Aida; Ramy, il “cantante della rivoluzione”; il più anziano Magdy, membro dei Fratelli Mussulmani e il noto attore Khalid (era il protagonista de Il cacciatore di aquiloni), nato all’estero e stabilitosi temporaneamente in Egitto per appoggiare la rivolta. ,Attraverso la testimonianza di protagonisti di varia estrazione, la regista Jehane Noujaim fornisce un resoconto chiaro e sintetico di quella che è definita “una delle più grandi rivoluzioni dell’umanità”, indagandone significato e motivazioni. Piazza Tahrir sa che il nemico non è un’unica entità: non è semplicemente Mubarak o Morsi, ma l’intero apparato governativo, le forze militari, gran parte dei Fratelli Musulmani, la tv di Stato, persino le potenze estere che guardano da un’altra parte e forniscono armi all’esercito. Le diverse forme di uno stesso sistema si succedono al potere, e a pagarne il prezzo è sempre il popolo.,La rivolta, pur con tutti i suoi contrasti interni (che la regista non nasconde), crea una sorta di coscienza collettiva il cui imperativo è reagire alla situazione attuale ed esigere un cambiamento, anche a costo della vita, perché figli e nipoti abbiano un futuro diverso. Determinante, in questa rivoluzione “moderna”, è il ruolo dei social media che, quando possibile, cercano di divulgare presso il resto del mondo la reale situazione dell’Egitto. Nella piazza viene anche creato il “cinema Tahrir”, dove un maxischermo trasmette tutte le storie e le immagini che la tv di Stato censura.,Il documentario si ferma alla destituzione del “nuovo faraone” Mohamed Morsi, capo del governo (con poteri illimitati) per meno di un anno. La figura ugualmente preoccupante del generale Al Sisi doveva ancora delinearsi. «Morsi è caduto. Come l’esercito e Mubarak. Aspettiamo il prossimo»: le parole di un attivista verso la fine del film ci consegnano il quadro di un Paese continuamente in ginocchio e tuttavia tenace nel desiderare la libertà.,Maria Triberti,