Dalla Francia un piccolo grande film sull’educazione e sull’accoglienza del diverso. Un mite e pacioso insegnante di musica finisce quasi per caso in un istituto per ragazzi disagiati. Deve fare il custode, anche se il suo cuore batte a suon di musica e il suo sogno è quello di insegnare a cantare a quei ragazzi così difficili perché separati dalla famiglia e abbandonati a loro stessi. Fedele al compito affidatogli e mai rassegnandosi di fronte alle continue marachelle di veri e propri ragazzi selvaggi, il custode, grazie a una passione inesauribile cambia e fa cambiare il mondo: i ragazzi col tempo cominciano ad affezionarsi a chi, differentemente dagli altri insegnanti, ha in mente di comunicare loro una passione e non una semplice punizione. Si affezionano e gradualmente vengono dietro al timido insegnate. Lo cominciano ad ascoltare, imitare, fino a diventare un vero e proprio coro di voci indimenticabili, in grado di rendere bello e gradevole tutto, persino le anguste pareti di un ricovero per ragazzi senza futuro.

Con un occhio più verso Truffaut (I quattrocento colpi, Il ragazzo selvaggio, Gli anni in tasca) o al commovente documentario Essere e avere di Philibert che non verso e il più spettacolare ma ambiguo cinema d’educazione d’Oltreoceano (L’attimo fuggente e simili), il regsta Christophe Barratier dirige con delicatezza e commozione un film ad altezza di bambini e educatori (lo straordinaio “sorvegliante” reso alla perfezione dall’ottimo Gérard Jugnot). Dei primi si mostra senza paura la necessità stringente di un rapporto significativo con un adulto (una “dipendenza”, direbbe la Bancroft di Anna dei miracoli) per diventare grandi. Dei secondi si sottolineano due ingredienti fondamentali nel mestiere difficile dell’insegnante: passione e gratuità.

Simone Fortunato