Divertente, con tratti molto originali e un gusto visivo ricercato, il film ideale per un pomeriggio di Natale. Le sorprese più piacevoli provengono dai film che non sono accompagnati da imponenti campagne di marketing. Vale per questo “Ember – Il mistero della città di luce”, prodotto da Tom Hanks con la benedizione di Walden Media, casa di produzione che ha nel carniere “Le cronache di Narnia”, “Un ponte per Terabithia” e “Alla ricerca dell’isola di Nim”. Anche in questo film, come in quelli appena citati, ci si rivolge al pubblico più giovane: la sceneggiatura infatti è tratta dal libro “La città di Ember”, romanzo per ragazzi di Jeanne DuPrau. Una premessa interessante – quella dell’eredità della terra custodita senza saperlo dai discendenti che ne abitano il sottosuolo – dà la possibilità al regista di creare un mondo fantastico diversissimo dagli scenari a cui tanti kolossal ci hanno abituato: cupo, claustrofobico e opprimente, rischiarato dai bagliori prodotti da improvvisate fonti di luce (su tutti un generatore perennemente mal funzionante), la città di Ember è però animata da un’umanità vivace e brulicante, vispa e insonne, che si ingegna a superarsi nelle trovate pur di sottrarre spazio all’oscurità. Oltre alla paura atavica del buio, bisogna combattere anche quella per la crisi energetica, che nell’ecosistema chiuso della città sotterranea non potrebbe che portare alla fame e alla distruzione. Di fronte al pericolo per l’intera collettività, la salvezza – ed è quasi un obbligo nella narrativa per ragazzi – è affidata a due giovanissimi. L’intesa vincente tra Lina e Doon (questi i nomi dei ragazzi, cui danno il volto due interpreti bravissimi) nasce dalla loro amicizia, dall’incontro dei loro desideri (all’inizio del film ognuno desidera svolgere la mansione dell'altro e questo scambio mette in moto l’azione) e soprattutto dalla fiducia che entrambi ripongono nei loro genitori. Lina è rimasta orfana sia di suo padre sia di sua madre, ma custodisce un segreto da loro trasmesso che le permette di coltivare la speranza. Doon ha solo suo padre, un tranquillo inventore che sembra avere un progetto di vita per lui, educandolo a guardare sempre avanti. Emergere in superficie, quindi, per i due ragazzi rappresenta quasi il mantenimento di una promessa fatta a loro in quanto figli. Da parte loro, oltre allo spirito dell’avventura, ci metteranno tutta la certezza di trovare, alla fine del cammino, la luce. Con un finale meno sbrigativo sarebbe stato perfetto, e nel complesso è meno riuscito di altri prodotti analoghi. Ma non annoia mai e per almeno due o tre volte ti fa dire: “che bella idea!”,Raffaele Chiarulli