Inutile girarci intorno: Vicky Cristina Barcelona, il nuovo film di Woody Allen, è una delusione. Cocente per i fan che non si sono ancora arresi al declino del regista newyorchese, rassegnata per i sempre più numerosi che invece hanno ormai capito come la sua parabola discendente – salvo qualche rara eccezione – sia ormai lunga e inarrestabile. Ci sono registi che con il passare degli anni migliorano come il buon vino distillando il proprio talento sino a renderlo purissimo (uno per tutti, Clint Eastwood, da un quindicennio sempre più bravo); altri che invece invecchiano male e – come nel caso di Woody, specularmente da circa 15 anni in una crisi prima accennata ora fin troppo evidente – sembrano disinteressarsene. Peccato: chi non ha conosciuto le fasi d’oro del suo cinema, dalla fine degli anni 70 agli inizi degli anni 90, non può immaginare neppure che razza di genio fosse l’autore di Io e Annie, Manhattan, Zelig, Broadway Danny Rose, Crimini e Misfatti e tanti altri capolavori…

Esaurita la (triste) premessa, del film c’è davvero poco da dire. Una fastidiosissima voce fuori campo ci segue lungo l’arco di tutta la narrazione spiegandoci i motivi che hanno spinto Vicky e Cristina a organizzare il loro viaggio estivo a Barcellona: la razionale Vicky si vuole riposare prima del matrimonio con l’amato, e noioso, fidanzato; la sconclusionata Cristina deve dimenticare delusioni amorose e cercare la vera passione. Pochi minuti dopo, entrambe sono già oggetto di una proposta “indecente” ma allettante – o almeno solo per Cristina, inizialmente – da parte del pittore spagnolo Juan Antonio, che propone un weekend di fuoco a tre a Oviedo. Cristina ci sta in fretta, ma a causa di un’indisposizione sul più bello è costretta a dare forfait. Vicky a malincuore farà la turista con Juan Antonio, salvo farsi sedurre inopinatamente e, nonostante i sensi di colpa e il rispetto per il futuro marito, non riuscire poi più a scordare quell’unica notte con lui. Cristina invece andrà a vivere con l’artista bohemienne: i due saranno raggiunti dall’isterica e violenta ex moglie di Juan Antonio, ma sapranno instaurare un menage a trois fragile ma apparentemente sereno. Che si interromperà per la cronica insoddisfazione di Cristina…

Il film non è ancora finito, ma l’attenzione anche dei più volenterosi rischia di perdersi per strada fra clichè insopportabili (gli spagnoli passionali, i ricchi americani stupidi e vuoti, le giovani americane insicure e disponibili, artisti e poeti che mettono l’arte su ogni cosa e che non si capisce come possano campare…) e interpretazioni non all’altezza delle potenzialità di un ottimo gruppo di attori. Se Penelope Cruz – che ha vinto l’Oscar alla migliore attrice non protagonista – è perfetta nella parte dell’isterica potenziale omicida o suicida, Javier Bardem ha un ruolo troppo scontato per renderlo vivo e Scarlett Johansson è costretta ancora una volta a fare l’ochetta senza spessore (meglio l’amica Vicky, una buona Rebecca Hall: ma anche il suo personaggio non si distacca da una generale superficialità).

Più che l’amoralità divertita e cinica, tipica degli ultimi lavori (sintetizzata da una frase di Juan Antonio: «Il trucco è godersi la vita accettando che non abbia senso») ma sempre alquanto banale, sorprende in Vicky Cristina Barcelona la totale assenza di ritmo, di situazioni sorprendenti, di battute folgoranti che non sono mancate mai neppure nei peggiori film precedenti di Woody Allen. Rimane solo uno spot per Barcellona (e l’operazione, finanziata da imprenditori della città ma anche dagli enti locali catalani, ha causato non poche polemiche politiche che hanno fatto infuriare il regista), illustrata nella prima parte nelle sue bellezze e nelle opere di Gaudì e Mirò, Sagrada Familia e Parc Guell soprattutto. Ma Barcellona non aveva bisogno di un film così inutile per far conoscere al mondo il suo fascino.

Antonio Autieri