Mediocre horror diretto da Jon Watts e prodotto dall’Eli Roth di Hostel. Lo zampino del regista di Cabin Fever si vede: in una produzione curata anche se lontana dal perfezionismo del James Wan di Insidious e in una tendenza al puro esibizionismo che passa attraverso sequenze efferate e gratuite e tocca, seppur in modo più limitato rispetto ai suoi film precedenti, il torture porn e lo splatter. ,L’idea di partenza è semplicissima ma efficace: un vestito maledetto, da clown, viene indossato da un malcapitato che si trova la vita sconvolta. Dapprima il poveraccio cerca di disfarsene anche con l’aiuto della moglie: nulla da fare, il vestito pare appiccicato come una seconda pelle. Poi, isolandosi gradualmente sempre più, l’uomo cerca di indagare sull’origine del vestito maledetto, scoprendo fatti di un passato tragico che paiono ineludibili. Un’idea così semplice e forte (e tanto sfruttata in passato, dal mito greco fino a racconti recenti) poteva e doveva esser sfruttata meglio e non semplicemente essere puro artificio retorico, quasi un pretesto, per dar fondo a effettacci speciali, tra l’altro di dubbio gusto. Il produttore Eli Roth, come già in passato, promette molto e mantiene poco o nulla. Cerca di ricreare le atmosfere di una fiaba gotica con personaggi bambini che fanno spesso una brutta fine ma non ha il coraggio di andare a fondo di tale scena. Vorrebbe, pornograficamente, mostrare ed esibire tutto ma gli manca la capacità di rappresentare con efficacia il non mostrabile per eccellenza, l’uccisione di un innocente. Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo per la mancanza di scene autenticamente forti o verosimili ma le regole dell’horror sono altre rispetto a quelle della vita vera. E hanno a che fare con una rappresentazione dell’orrore, delle nostre paure più nascoste e recondite, del terrore per l’ignoto. Così in un capolavoro come Shining si rappresentava, tra le altre tantissime cose, l’orrore e il tabù, ovvero la sfida impari tra un padre impazzito e sanguinario e un bimbo che con occhi innocenti vede per la prima volta l’orrore del mondo sintetizzato nell’Overlook Hotel. Kubrick in quel film memorabile mostrava pochissimo e fece quasi a meno del sangue. Bastavano gli occhi del piccolo Danny a rappresentare la paura e a farla venire agli spettatori. La coppia Watts/Roth ovviamente vola molto più basso: vogliono intrattenere e lo fanno, secondo una modalità in voga fino a qualche anno fa, mostrando il più possibile, senza lasciare spazio alcuno all’immaginazione di uno spettatore mai così passivo di fronte a un film. Questo, a discapito di molto altro: un approfondimento psicologico del protagonista, puro fantoccio; una ricostruzione di un contesto credibile (tutta la vicenda delle origini del clown, parecchio banale); l’efficacia di un intreccio assai modesto. Tutto per concentrarsi su un’unica scena madre – quella del clown che impazza in parco giochi – in cui non si vede nulla non tanto per uno scrupolo morale degli autori, ma per un’incapacità di visualizzare una paura che pure tante fiabe ci hanno raccontato, il terrore davanti alla morte di un piccolo innocente per mano di un mostro.,Simone Fortunato,
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