Commedia drammatica, stralunata, difficilmente catalogabile, un mix di toni e situazioni differenti, spesso paradossali. È scritto e diretto da Noah Baumbach, il regista del più riuscito Giovani si diventa e anche del cerebrale Frances Ha, scritto e interpretato dalla stessa Greta Gerwig e di cui proprio Mistress America sembra prendere le mosse. In Frances Ha, infatti, si seguivano le vicende di una ragazza problematica, che faticava a trovare il proprio posto nel mondo. In Mistress America si sdoppia, per così dire, il personaggio di Frances. Da un lato infatti vi è Tracy, una ragazza appena arrivata al college, con velleità di scrittrice ma anche tanta confusione e fragilità. Dall’altra c’è Brooke, un fiume in piena: una trentenne con tante idee, anche troppe, che fatica a gestire anche per la presenza ingombrante di una personalità tanto multiforme quanto inconcludente.

Baumbach dirige un film difficile e stratificato, dove non è semplice raccapezzarsi. Tante, tantissime figure di contorno (alcune peraltro molto gustose, come il consesso delle donne incinte intelligentissime): un mix di registri diversi, dalla commedia leggera a un certo gusto per lo sberleffo e per il politicamente scorretto, si alternano a tonalità più riflessive se non addirittura melodrammatiche. Non tutto è a fuoco e l’eccesso di frammentazione può metter a dura prova l’attenzione e la pazienza dello spettatore ma nel film si avvertono sprazzi autentici: nel tema fondante tutto il film, e cioè la ricerca di un punto fermo, di un’amicizia salda e certa, una persona con cui condividere tanto se non tutto, a partire dalla propria fragilità (e il bel finale va in questa direzione) e in alcuni momenti particolarmente riusciti e riflessivi, come in un passaggio non banale in cui si racconta la vita come un continuo tentativo di soddisfare un desiderio di qualcosa di sempre più grande ma che la vita, da sola, non riesce a spegnere.

Simone Fortunato