È come un anello di Saturno che circonda Roma, recita la frase-incipit che è una citazione felliniana. Il GRA, ovvero il Grande raccordo anulare di Roma, super tangenziale o autostrada cittadina senza pedaggio, lunga 68 chilometri che circonda e soffoca la Capitale in un delirio di ingorghi. È l’oggetto del documentario di Gianfranco Rosi, regista noto a critici specializzati in questo genere considerato minore, ma in realtà ormai sempre meno negletto, tanto da poter concorrere nei festival principali (molto apprezzati in passato i suoi Below Sea Level e El sicario ) come è accaduto a questo film alla Mostra di Venezia 2013. Dove ha perfino vinto il primo premio, l’ambito Leone d’oro. Meritatamente? Mah…

Rosi ha passato tre anni sul GRA, senza mai entrare in città, indagando sulle vite di persone spesso ai margini della società, sopra le righe o semplicemente dall’oscuro ma prezioso lavorare per gli altri. Tantissimo materiale registrato, ma solo un’ora e mezza montato a illustrarci flash di vite ai margini della Grande Città, in periferie più brutte che mai. Così accanto all’infermiere dell’ambulanza (protagonista della scena più toccante, con la madre mentalmente assente) vediamo il divertente – nei limiti… – anziano piemontese, nobile decaduto che vive in un monolocale con la figlia studentessa, e strappa qualche sorriso con le sue frasi in italiano forbitissimo, un pescatore d’anguille esilarante nel suo linguaggio invece popolaresco con moglie silenziosa che sembra Buster Keaton in gonnella, un botanico che lotta con i parassiti che distruggono le palme, un nobile che affitta il proprio castello a produzioni di fotoromanzi e i relativi, folcloristici attori, due ragazze discinte che ballano sul bancone di un bar per allietare la clientela ma non mettono il rossetto “perché altrimenti sembro una mignotta”, persone dalla fede un po’ bigotta che durante un pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore in un’eclisse solare vedono l’apparizione della Madonna, anziane prostitute transessuali in cerca di clienti e appesantite da una vita squallida…

Senza invenzioni di regia di cui ormai il documentario moderno è ricco, se non in qualche taglio di inquadratura e nella scelta di una fotografia che contribuisce ad aumentare il senso di angoscia, Sacro GRA è un interessante squarcio minimalista su aspetti importanti ma episodici; soprattutto, senza una chiave di lettura artistica e tanto meno umana. Perché tirando le fila dall’operazione si potrebbe dire che il film è il contraltare di quell’opera, imperfetta ma potente, che è La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Ma qui siamo di fronte alla Grande Bruttezza, raramente riscattata da squarci di consapevolezza, di profondità esistenziale, di uomini e donne che si chiedono che ci stanno a fare al mondo. E se è vero che il documentario spesso illumina aspetti del vivere meglio del cinema di finzione, senza una propria impronta il rischio è di un affresco di vite senza prospettive e senza senso, dove l’assurdo, il grottesco, lo “strano”, se non addirittura il “mostruoso” (con personaggi che sembrano tratti dai film di Pasolini e Citti o addirittura in quelli di Ciprì e Maresco). Perché l’apparente oggettività nasconde sempre scelte soggettive: tra tante vite, queste sono quelle rappresentate; tra tanti momenti possibili, questi sono quelli portati all’attenzione dello spettatore. Che viene portato a credere che la realtà sia solo questo insieme di momenti banali, grigi, a volte miserandi. E dove anche chi si impegna per qualcosa lo fa con una senso di sconfitta personale che grava come un macigno.

Antonio Autieri