Carol (id.)
Usa 2015 – 118′
Genere: Drammatico
Regia di: Todd Haynes
Cast principale: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Sarah Paulson
Tematiche: omosessualità, solitudine, pregiudizi
Target: adulti

Nell’America degli anni 50, la relazione tra due donne è osteggiata dalla società.

Recensione

Melodramma d’altri tempi girato con eleganza da Todd Haynes, non nuovo ad operazioni cinefile di ripresa di un cinema apparentemente scomparso. Era lui l’autore di un altro melodramma con al centro un amore travagliato e schiacciato da pregiudizi miopi. Il film era Lontano dal Paradiso (con una splendida Julianne Moore) e l’amore era quello tra lei, donna bianca e appartenente alla classe agiata, e il suo giardiniere nero.
In Carol troviamo la stessa dinamica: il racconto delicato e senza volgarità della relazione tra due donne. La Carol del titolo interpretata dall’ottima Cate Blanchett – signora benestante e volitiva, madre di una bimba piccola, alle prese con un divorzio prossimo con un marito grigio (Kyle Chandler) – e la timida Therese (impersonata da Rooney Mara, perfetta per il ruolo), commessa senza prospettive in un grande magazzino, introversa, figura mesta in un contesto luccicante e coloratissimo di un Natale sfavillante dell’America degli anni 50. Haynes sa girare e soprattutto dirigere due attrici superbe che danno corpo alla storia e rendono credibili i personaggi. Soprattutto, il regista di Mildred Pierce – l’adattamento televisivo del grande romanzo di James M. Cain con ancora al centro la vicenda di una donna imprigionata nel matrimonio e in un mondo che pare soffocarla – sa far parlare oggetti, ambienti, colori, persino i vestiti delle protagoniste. Così la sequenza in cui Carol e Therese si incontrano, sotto Natale, in un centro commerciale dove tutto luccica ma nulla è reale e vero, eccezion fatta per gli sguardi carichi di rabbia della responsabile del piano, dà un po’ la dimensione del film. Parecchi cliché, per quanto eleganti come la sequenza del guanto dimenticato dall’elegantissima Carol, ma anche il tentativo di andare oltre la semplice denuncia di un certo bigottismo della società di ieri e oggi. Haynes articola il suo film attorno a tre personaggi: il marito, violento e autoritario ma anche incapace di imporsi, e le due donne che cercano una via di fuga da una vita fatta di relazioni inconsistenti e prive di significato.
Diversamente da altri film del genere, poi diventati vero e proprio manifesto (il caso di Brokeback Mountain, per chi scrive film mediocre e caricaturale), Carol è serio nel raccontare una dimensione affettiva e psicologica, è privo di cadute nel kitsch e nel grottesco e segue passo dopo passo una relazione che, oltre ad essere scandalosa per i tempi, rischia di gettare nel baratro di una solitudine ancora più angosciosa le due protagoniste. Mollare tutto: la figlia piccola, la buona reputazione, il benessere economico nel nome di un rapporto che si reputa, per la prima volta, vero e disinteressato. Oppure no e tornare a una vita agiata ma mesta e grigia: questo è tutto il dilemma che percorre la vicenda di Carol e della sua amante. Haynes, che scrive la sceneggiatura assieme a Phyllis Nagy a partire da un romanzo della Highsmith, è sobrio e non ideologico nell’affrontare una storia dolorosa e sostanzialmente fatta di macerie. E il suo cinema elegante e raffinato guarda alla tradizione migliore di certo cinema colto degli anni 50 e 60: i melodrammi intensi di Douglas Sirk o a certe prove di Carol Reed e David Lean. Il suo Carol è quindi un ritratto femminile tragico e disperato, claustrofobico e cupo, dove in un modo o nell’altro, per essere felici bisogna rinunciare a qualcosa. Terribile, se ci si sofferma un attimo.
Così il film, più che un inno all’amore omosessuale, si configura come un racconto sull’infelicità a cui possono rimediare, ma solo in parte, amori fugaci e relazioni precarie. Come si mostra in tanti momenti, la fuga d’amore delle due protagoniste non ha mai uno sbocco e si ritorna mestamente al punto di partenza. O come suggerisce il bel finale aperto, si può iniziare e iniziare ancora sempre: ma quanto durerà? È questo il vero filo rosso che lega i personaggi della narrazione e una vicenda drammatica che lascerà sul campo tanto dolore: la percezione di una precarietà degli affetti e delle relazioni decisamente attuale.

Simone Fortunato