Sul finire degli anni 30, Laura e Kate Barlow si guadagnano da vivere praticando sedute spiritiche nei teatri europei. A Parigi, durante uno dei loro spettacoli, fanno la conoscenza del produttore cinematografico André Korben, talmente affascinato dalla pratica da richiedere una seduta spiritica privata, offrire alle due donne ospitalità in casa sua e persino un contratto cinematografico per girare un film dove catturare attraverso le immagini la presenza di un vero spirito. Un progetto ambizioso e di non semplice realizzazione, dietro cui si cela in realtà l’ossessivo desiderio di Korben di sfruttare le capacità della giovanissima Kate per trovare appagamento personale attraverso le ricorrenti sedute spiritiche e sviscerare il mistero attraverso esperimenti scientifici e con l’utilizzo di macchinari ancora poco sicuri. Tutto questo mentre Laura, impegnata con le riprese del film da cui dipende il suo futuro e quello di sua sorella, matura un interesse non ricambiato nei confronti del produttore e si convince presto a dover porre fine al rapporto di lavoro e a svelare una spiacevole verità alla sorella. Sullo sfondo, si fanno evidenti i primi segni tangibili della persecuzione contro gli ebrei.

Ispirata dalla storia delle Fox, tre sorelle medium americane che hanno inventato lo spiritismo alla fine del XIX secolo, con Planetarium (suo terzo lungometraggio) Rebecca Zlotowski affronta il rapporto tra cinema e spiritismo. Nel tentativo di indagare le realtà sensoriali, quello spazio trascendentale in cui i vivi si ricongiungono con i morti e i fenomeni che vanno oltre la vita attraverso il potere del cinema, la regista realizza un film tematicamente e stilisticamente confusionario. Il rapporto tra le due sorelle, mai realmente approfondito; quello con Korben, visionario in cerca di risposte sul suo passato e sul suo presente; i fenomeni sensoriali e psichici, l’esigenza di Laura di trovare una stabilità economica e affettiva, le segregazioni e persecuzioni razziali… Sono tutti temi seminati e buttati a caso in un calderone privo di qualsiasi continuità narrativa, dove non si capisce bene se ci troviamo di fronte a una storia che vuole parlare di fantasmi, di cinema o di entrambi; e dove non viene tralasciato il contesto storico dell’epoca o quello più romantico e melodrammatico. Il film stanca e affatica lo spettatore non solo attraverso una storia debole e pasticciata, ma anche per via di una regia troppo ricercata che eccede nei manierismi, negli estetismi, nelle eccessive inquadrature di particolari inutili, nei dialoghi insignificanti che rendono questa co-produzione franco-belga vaga e fiacca. Per quanto brava, Natalie Portman non può in alcun modo risollevare le sorti di un’opera che sembra illuminata da una pessima stella. Non aiuta neanche la coprotagonista, una fredda e forse ancora troppo acerba Lily-Rose Depp.

 

Marianna Ninni