A Boston il cielo è sempre bigio e le strade bagnate, come se avesse appena smesso di piovere. Ma è tutta l’atmosfera di Black Mass – L’ultimo gangster a essere plumbea, come la carriera di James “Whitey” Bulger (Johnny Depp), capo di una gang e amico d’infanzia di John Connolly (Joel Edgerton), che ora è diventato un agente dell’FBI smanioso di far bella figura con i suoi capi e conquistarsi un posto al sole. Connolly imbarca Bulger come informatore, ma chi fa l’affare è il gangster, che ora può sbarazzarsi facilmente di tutti i suoi nemici e governare il business criminale della città, passando informazioni di poco conto agli investigatori.
Come molti dei film di questo genere, anche Black Mass – L’ultimo gangster si basa su concetti come lealtà e famiglia: ogni conversazione tra Connolly e Bulger è un continuo richiamo alla comune appartenenza irlandese (contro gli odiati avversari della criminalità italoamericana, specialmente). Ma se accomunati dallo stesso desiderio di potere, il loro stile non potrebbe essere più differente: Connolly è sempre vestito come un damerino, dai completi costosi, orologi e anellone d’oro al dito, in palese contrasto con l’aspetto sobrio e impiegatizio degli agenti FBI. Parla ad alta voce, si vanta dei suoi (falsi) successi contro il crimine, è la vittoria dell’apparenza sulla sostanza. Bulger al contrario si mimetizza, veste anonimamente, non gira in fuori serie o limousine, vive in una casa qualunque. Il suo potere si basa solo sulla paura che incute col suo aspetto glaciale, il suo fare taciturno e il suo cinismo.
In un’atmosfera che ricorda lo stile di Michael Mann, il film di Scott Cooper (già autore di Crazy Heart) confeziona un film semplice ma aderente a certa atmosfera anni 70-80, grazie alla ricostruzione della città e al trucco di Johnny Depp, che finalmente si libera del costume piratesco per entrare in un ruolo che lo riporta ai bei tempi di Donnie Brasco. Non da meno i comprimari: oltre al citato Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch nel ruolo di Billy Bulger, politico di successo che non vuole sapere cosa combina il fratello Withey, o Kevin Bacon come capo struttura dell’FBI; e hanno piccoli ma significativi ruoli anche Dakota Johnson (molto meglio che in 50 sfumature di grigio) e Peter Sarsgaard, che sguazza nei ruoli ambigui. Ma non cercate di paragonare il film a uno dei più grandi gangster movie di Martin Scorsese, The Departed: anche se entrambi ambientati a Boston, dove là c’era sangue, ferocia e un’atmosfera pulsante, qui invece tutto è fredda procedura, pura consequenzialità di gesti criminali che si concatenano, alternati da riti familiari vissuti con placida ipocrisia dietro i freddi occhi di Whitey Bulger.

Beppe Musicco