Settimo e (pare) definitivo capitolo di una delle saghe horror più fortunate degli anni '00. E' il settimo film in sei anni o poco più. La proliferazione di episodi da un lato risponde ad esigenze di botteghino: i primi tre capitoli sono andati molto bene, molto meno il numero 6. Dall'altro, però tradisce una mancanza di idee che forse è il tratto più spaventoso dell'horror recente. Comunque, quest'ultimo capitolo appare pù coeso nella struttura e più curato nella confezione dei precedenti e in particolar modo del capitolo 5 che anche sul fronte degli effetti speciali lasciava troppo a desiderare. L'idea di fondo è purtroppo sempre quella: esibire, in modo ostentato e compiaciuto, una violenza che è fine a se stessa e che non alimenta nulla se non un disgusto e un ribrezzo. La novità di questo film, oltre al 3D usato come vera e propria arma ai danni dello spettatore che escono quasi imbrattati di sangue dalla proiezione, è che la spettacolarizzazione della violenza viene teorizzata. Come nella sequenza d'apertura, dove le torture che Jigsaw infligge a tre ragazzi avvengono in pieno centro cittadino e in piena luce e all'interno di una vetrina dalla quale guarda una folla di passanti un po' attonita, un po' incuriosita da quello strano gioco al massacro. Folla che ben si guarda dall'intervenire o che se lo fa, lo fa in modo poco convincente. Una metafora, chiara, del gioco condotto da Greutert ma anche dai registi, diversi, che lo hanno preceduto nella saga. Presentare un gioco in cui lo spettatore è passivo e forse anche parte lesa; un gioco, a tratti, ingegnoso, dove a vincere sullo schermo è chi rimane in vita (a danno degli altri secondo la logica dell'homo homini lupus già presente nell'horror classico), mentre fuori dallo schermo vince chi resiste e chi, anziché chiudere gli occhi di fronte alle sevizie più o meno insostenibili, li spalanca morbosamente. Un vero e proprio torture porn, che snatura dal profondo l'horror classico (che fa leva su paure recondite e attinge spesso all'immaginazione) ma che risponde evidentemente a un'esigenza sempre più presente nel cinema di genere e anche in quello mainstream. Quello di vedere tutto subito, senza filtri di sorta, senza discorsi di natura morale. Una posizione di sguardo non così diversa da quella che si può avere davanti a un film porno. Una posizione che, temiamo, nei prossimi anni sarà dominante.,Simone Fortunato,