Come noto si tratta di una storia vera, quella di Andrea Spezzacatena morto a 15 anni nel 2007 (ne ha raccontato la vicenda la madre, Teresa Manes, nel libro Andrea oltre il pantalone rosa). Anche per questo motivo è strana la scelta della voce fuori campo. Dall’aldilà, infatti, la voce narrante di Andrea – ragazzo che a 15 anni decise di togliersi la vita – ripercorre la sua storia: dapprima felice, con i genitori e con il fratellino che lo adorano; poi con le prime sofferenze per la distanza tra i genitori che li porterà alla separazione; quindi sempre più terribile per le provocazioni, le umiliazioni e le violenze che il finto amico Christian – conosciuto ai provini per il Chorus Iuvenum (“il coro del Papa” che allude al Coro della cappella Sistina), e poi alunno ripetente ritrovato a scuola – e altri compagni di classe metteranno in opera.
La sintesi è a beneficio dei lettori che volessero sapere solo i primi ragguagli su un film, Il ragazzo dai pantaloni rosa diretto da Margherita Ferri di cui molto si è parlato. Più per esteso si può dire che la storia è anche il racconto di un’amicizia mancata (con Christian, visino angelico ma intenti diabolici, Andrea si fissa di diventare amico, anzi miglior amico; e sembrerebbe esserci riuscito in certi brevi momenti) e di una sofferenza familiare, dopo la separazione dei genitori; ma anche di un’amicizia inaspettata con Sara che se lo conquista quasi con la forza.
Com’è questo successo italiano clamoroso di fine 2024, capace di battere colossi hollywoodiani? In sintesi quasi telegrafica: tecnicamente ben fatto, un po’ manicheo, sicuramente con momenti troppo melensi, con parecchie incongruenze di sceneggiatura, pur se con un messaggio condivisibile e corretto. Ma con evidente capacità di dialogare e rivolgersi ai giovani, che hanno affollato le sale.
Il ragazzo dai pantaloni rosa è un’opera seconda (Margherita Ferri aveva debuttato con Zen – Sul ghiaccio sottile), che affronta temi delicati come il bullismo, l’emarginazione, i rapporti tra adolescenti, attraverso la storia di un quindicenne che sceglie di indossare, appunto, un paio di pantaloni rosa (frutto di un “incidente” casalingo: i nuovi jeans rossi si sono scambiati dopo un lavaggio sbagliato), scatenando pregiudizi e reazioni violente nella sua scuola. Il tema della presunta omosessualità – che i carnefici attribuiscono alla vittima per via dei pantaloni, con tanto di pagina social dedicata, ma anche per tutto il suo modo di comportarsi un po’ “demodé” – viene alluso con molta leggerezza, ma anche con una certa furbizia: chi ci vuol vedere comunque una battaglia contro i pregiudizi di genere, ne ha fatto una bandiera; chi nega questo aspetto, come alcune pagine cattoliche, perché Andrea è attirato da Christian ma poi sembra “puntare” goffamente l’amica Sara, ha buone ragioni per gridare allo scampato pericolo. Ma a noi interessa un altro punto: è un bel film?
Pur avendo un intento lodevole e una struttura narrativa chiara, il film presenta diversi punti deboli che ne limitano l’impatto complessivo. Dal punto di vista tecnico, il film è abbastanza ben fatto, con una fotografia semplice ma efficace e una colonna sonora adatta al pubblico giovanile a cui si rivolge. Tuttavia, il tono generale risulta melenso, con una narrazione che a tratti sembra insistere troppo su momenti di commozione forzata. Questo si avverte soprattutto nella parte finale, che appare trascinata e poco incisiva, quasi come se si volesse prolungare il messaggio morale a scapito del ritmo del racconto.
Uno dei problemi principali del film è la rappresentazione manichea dei personaggi. I caratteri appaiono spesso stereotipati: da un lato il protagonista e la sua amica, fin troppo bravi e perfetti, e perfino appassionati di film d’essai (Jules e Jim? Ma dai…), risultano un po’ finti, nonostante la bravura dei due interpreti (spicca Sara Ciocca, molto brava nel ruolo dell’amica leale e combattiva, accanto a Samuele Carrino nei panni di Andrea); dall’altro il bullo e il “coro” di compagni indifferenti o compiacenti, tutti con facce odiose o falsissime, come se non ci fosse alcuna sfumatura o complessità nelle loro azioni o motivazioni. Questo appiattimento toglie profondità alla storia e riduce la possibilità per il pubblico di riflettere su dinamiche più realistiche.
In generale il film sembra un teen ager movie all’americana, con dialoghi leggerini (compreso nelle litigate furibonde), furbate di regia per spremere commozione e scene infelici (la prima, patetica litigata con Christian; la dichiarazione di Andrea a Sara con parole prese dai modelli Usa come «perdente» o «vincente», lei che ovviamente finisce a mettersi con il “cattivo”, la scena dello scherzo crudele con resa dei conti finale e “coro” degli studenti della scuola che ridono di lui) con tragedia finale a sorpresa, anche se non si vede niente: il suicidio è fuori scena, come ogni cosa troppo forte in questo film. Infine: si vedono molte scene scolastiche, ma mai un professore o un preside che osserva, interviene, dialoga con i ragazzi. Al limite che li bacchetti con insensibilità. La Scuola c’è, ma è totalmente assente. Possibile?
Più interessante il dramma di Andrea di fronte alla crisi e poi alla separazione dei genitori, inizialmente rappresentata come una vera tragedia per il ragazzo. Ma anche il rapporto con i genitori che occupa un certo spazio non è esente da critiche. La mamma. interpretata dalla brava Claudia Pandolfi, sembra sempre un po’ troppo accondiscendente con il figlio; il padre (Corrado Fortuna) è invece un po’ troppo preso dalle sue tristezze per accorgersi di lui. Entrambi, comunque, dicono di far fatica economicamente e poi si trasferiscono in un appartamento super lusso…
Nonostante queste criticità, Il ragazzo dai pantaloni rosa resta un discreto film per ragazzi, soprattutto per il messaggio positivo che cerca di trasmettere: il valore dell’accettazione e della solidarietà tra coetanei, la necessità di opporsi all’omologazione e al bullismo. Tuttavia, sarebbe stato più efficace se avesse esplorato con maggiore profondità e sfumature i caratteri e le situazioni, evitando di dividere i personaggi in “eroi” e “cattivi” senza mezzi termini. E anche se avesse costruito meglio sia il film, nelle scansioni dei vari momenti, sia le singole scene che sembrano abbozzate senza una profonda revisione del copione.
In conclusione, il film è adatto per un pubblico giovane, magari come spunto di riflessione in un contesto scolastico o educativo (ma le numerosissime proiezioni che sono state un suo punto di forza sembrano più quelle di moda quando si vuole cavalcare un “fenomeno-bandiera”), ma perde l’occasione di lasciare un segno più duraturo a causa di una certa superficialità e banalità nella scrittura e nella caratterizzazione.
Antonio Autieri
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