Gran film del prolifico, versatile e un po' folle Takashi Miike, regista di horror (>Audition), film per bambini, esperimenti più o meno raffinati (il rifacimento di dubbio gusto del western Django). Con 13 assassini Miike riprende un film del 1963 dello stesso titolo e lo riplasma profondamente. La struttura è quella del cappa e spada giapponese, lo jidai geki, ma Miike inserisce un discorso profondamente classico – il codice d'onore del samurai, la sacralità della sua figura – in un contesto ampio che visivamente riprende stilemi e codici del western classico e moderno (su tutti Il mucchio selvaggio), accanto alle suggestioni del grande cinema classico giapponese, e in particolar modo guardando a I sette samurai di Kurosawa. L'esito è affascinante anche se il film rimane complesso e in alcuni momenti difficile per uno spettatore non avvezzo al cinema orientale. Tantissimi personaggi, infatti, e continui cambi di scena e ambiente possono confondere il pubblico che ha a che fare con un mondo, delle tradizioni e delle usanze lontanissime dal gusto e dalla sensibilità occidentali, ma lo sforzo paga. Diviso in due parti, proprio come il film più celebre di Miike, Audition, una prima parte più discorsiva e melodrammatica, una seconda, di incredibile violenza, di pura azione, 13 assassini visivamente si presenta come un film sporco, quasi ruvido e ricorderà tanto allo spettatore cinefilo certi film di arti marziali giapponesi degli anni 70 e anche i western a basso consto occidentali. In realtà è tutto un artificio: il film è sostenuto da una produzione ricca, interpretato da attori di prima scelta ed è assai curato dal punto di vista dei movimenti di macchina e nella scelta delle ambientazioni. Avvincente soprattutto nella seconda parte, quella dedicata al piano intricato con cui i tredici riescono a intrappolare il nemico, risente di tante influenze del cinema occidentale: Leone e la sua riflessione umanissima sull'eroe o l'amicizia virile del western classico americano, per citare gli esempi più alti, convivono con riprese del cinema di genere, Django in testa con l'ambientazione fangosa a fare da padrona e uno sguardo più disincantato sull'eroe. Epica, quindi, ma anche tragedia delle più cupe, una rassegnazione di fronte all'Ineluttabile ma anche una passione autentica per uomini fedeli alla propria missione e pronti a dare la vita per i propri amici, sono le parole guida di un film che non lascerà indifferenti. Un gran film, forse il migliore di Miike, anche se non per tutti. La violenza è insistita e prolungata, e per più di un'ora si assiste a combattimenti cruenti, teste mozzate in quello che diventa ben presto un vero e proprio bagno di sangue. Non è violenza gratuita, perché non c'è mai compiacimento. E la tendenza sempre presente in Miike verso l'horror è qui limitata a una sola scena, con una donna torturata dal tiranno. È un'unica scena e dura solo un attimo, ma forse può bastare per allontanare lo spettatore meno abituato a certo cinema di sangue e fango.,Simone Fortunato