Dopo la morte del padre, una giovane americana di origine tedesca e di religione ebraica, scopre che la madre ha sempre tenuto segreto un periodo della propria vita: durante la seconda guerra mondiale i suoi genitori erano stati imprigionati e uccisi nei campi di concentramento, ma lei (ancora bambina) aveva trovato rifugio presso una pianista di famiglia nobile e ariana. Il marito di questa donna era però ebreo, e come molti altri mariti era stato imprigionato e tenuto in uno stabile della Rosenstrasse (via delle rose) a Berlino, in attesa di essere inviato ai campi di sterminio.

Margarete Von Trotta decide di alzare il velo su uno degli episodi sconosciuti della Germania durante la dittatura nazista: un manipolo di donne tedesche che videro portare via i propri mariti perché ebrei, e che testardamente decisero di assediare lo stabile di Rosenstrasse finché non fossero loro riconsegnati. La regista sceglie di usare i ricordi, scavati dalla figlia della bambina che assistette a tutti questi avvenimenti, testimone della caparbietà di una donna volitiva e intelligente, che contro tutto e tutti (a partire dalla propria orgogliosa famiglia prussiana) cerca in tutti i modi di salvare il proprio marito, un giovane violinista di valore. La storia è fatta di questo continuo intreccio, che parte dal ritrovamento, da parte della ragazza, della ormai anziana concertista, e da un’intervista che fa riaffiorare tutti i ricordi. È un film sobrio, asciutto, che a tratti può sembrare anche freddo nella descrizione degli avvenimenti. Forse più debole nella parte contemporanea che parla dei rapporti familiari, di personaggi che possono risultare poco interessanti, ma che conserva invece tutta la sua forza quando al centro tornano i crudi fatti dell’epoca: donne indifese che senza alcun progetto si aggrappano le une alle altre, per farsi forza e reclamare silenziosamente i propri cari. Una richiesta che diventa grido, una presenza talmente forte da diventare insopportabile anche per le crudeli istituzioni militari. Un segno di speranza e di umanità in uno dei momenti più atroci della follia umana.

Antonio Autieri