Il concorso della 76a Mostra di Venezia (iniziata il 28 agosto e che si concluderà il 7 settembre) si arricchisce di un altro grande film. A dispetto delle polemiche, diffuse anche dalla regista Lucrecia Martel, presidente della giuria (che aveva annunciato di non voler vedere il film alla proiezione ufficiale con il cast per non dover salutare un regista condannato per stupro, in riferimento al noto caso di cronaca del 1977) Roman Polanski porta al Lido un grande film, J’accuse, che prende vita dalla famosa lettera dello scrittore Émile Zola (pubblicata su un quotidiano) e dal caso politico di fine Ottocento, più comunemente chiamato l’affare Dreyfus. Il colonnello George Picquart, lo stesso che ha destituito Dreyfus, è chiamato a dirigere una sezione degli affari segreti. Ostinato e ossessionato dalla perfezione, scoprirà quello che è stato uno dei più grandi errori giudiziari, frutto della corruzione politica e degli affari segreti. Scena dopo scena Polanski costruisce un film politico, pieno di tensione e di azione, senza cedere mai al didascalismo o allo storicismo. Interpretato da un cast di grandi attori (Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle SeignerMathieu Amalric), J’accuse manifesta la grandezza di un regista che non smette mai di regalare al pubblico grandi opere. (Emanuela Genovese)

Ci ha deluso, e per quanto ci riguarda è la prima delusione del concorso, un film che pure sta trovando qui sul Lido i suoi sostenitori: Ema di Pablo Larraín, regista cileno noto a festival e cinefili che dopo Jackie torna nel suo Paese. Ema è una giovane ballerina di una compagnia teatrale d’avanguardia, il cui regista è il marito Gastón, di 12 anni più vecchio di lei. La coppia sta andando in pezzi dopo la rinuncia a Polo, il ragazzo colombiano che avevano adottato e che hanno “restituito” dopo che si era rivelato – con i suoi gesti provocatori e violenti, tra cui un incendio che ha quasi ucciso la sorella di Ema – ingestibile per due genitori immaturi e fragili. Rifiutato da entrambi, che pure si accusano a vicenda per il fallimento, Polo è comunque rimpianto dalla ragazza che mette in atto, con l’aiuto di alcune colleghe della compagnia, un piano diabolico ai danni dei nuovi genitori del bambino. Quello di Larraín è un pastrocchio irritante, che unisce più film in uno: dopo un faticoso inizio da dramma coniugale sopra le righe, con scenate e lacrime (altro che Marriage Story di Noah Baumbach…), si passa a confuse riflessioni sulle diverse filosofie artistiche nel gruppo che va in pezzi in parallelo alla coppia, poi un thriller a luci rosse con Ema che flirta con chiunque le capiti a tiri (a partire dai genitori di Polo, diventando l’amante di entrambi) per finire poi con un finale surreale da commedia almodovariana. Nonostante i due bravi interpreti (Mariana Di Girolamo è una rivelazione, Gael García Bernal è sui suoi standard), il film è perdibilissimo. (Antonio Autieri)

Icona di stile e musa per i registi della Nouvelle Vague, sul finire degli anni 60 Jean Seberg s’innamora di Hakim Jamal, cugino di Malcom X e attivista per il movimento delle Black Panther. Sempre più coinvolta dalla causa e sospettata di aver finanziato il movimento, la Seberg viene inserita in un programma di sorveglianza speciale dall’FBI, che con atti intimidatori e procedure al limite della legalità aveva instaurato un vero e proprio regime da caccia alle streghe. Benedict Andrews presenta il suo Seberg nella sezione Fuori Concorso della Mostra e sceglie la bellezza da outsider di Kristen Stewart. Il ruolo le calza a pennello e permette all’attrice di offrire una delle sue migliori prove, ma non basta per sostenere un biopic di maniera, concepito e realizzato in modo fin troppo convenzionale. Il film si limita infatti a una narrazione piatta degli eventi che condussero la Seberg alla depressione e poi al suicidio, dimenticandosi di indagare temperamento e storia della protagonista e aggiungendo una serie di sotto-trame inutili, che dilatano i ritmi e non aggiungono nulla alla vicenda principale. Il suo coinvolgimento nel movimento delle Black Panthers è messo in scena ma mai motivato fino in fondo, al punto da ridurre l’intera vicenda nella fredda cronaca di una violenza psicologica perpetrata dall’istituzione bruta contro una vittima indifesa. Il personaggio fittizio di Jack Solomon (Jack O’Connell), agente speciale onesto e scrupoloso, funge da intermediario tra l’istituzione FBI e le ingenuità della protagonista, provando a rendere più credibile una narrazione troppo fragile, in cui addirittura anche l’intera componente estetica si regge sulla presenza scenica imponente e sui numerosissimi primi piani dedicati alla Stewart. Davvero troppo poco per un dramma di tale portata, che con qualche scelta più coraggiosa sul piano narrativo e tecnico avrebbe potuto regalarci un paio di ore di grande cinema. (Maria Letizia Cilea)

Sempre fuori concorso è passato Citizen K di Alex Gibney, documentarista tra i più apprezzati (tra le sue imprese precedenti Taxi to the Dark Side, premio Oscar 2008, sul trattamento dei prigionieri a Guantanamo e in Irak e uno su Scientology). Stavolta ci porta nella Russia di Vladimir Putin, raccontando l’ascesa dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky (il “cittadino K” del titolo), che divenne ricchissimo con il petrolio negli anni del capitalismo selvaggio post URSS e fu tra i magnati che appoggiarono la presa del potere da parte di Putin, sfruttando la malattia del presidente Eltsin; e uno tra quelli poi finiti in disgrazia, accusati di ogni genere di reati (spesso inventati, par di capire) e sospettati di tramare per rovesciare il “nuovo zar” dal trono. Ed è quindi anche un racconto su Putin e sulla sua Russia: con interviste non solo a Khodorkovsky ma anche a tanti altri osservatori (giornalisti, editori, osservatori, storici) che non fanno sconti all’oligarca (uscito dal carcere dopo dieci anni in Siberia per evasione fiscale) ma ne suggellano il ruolo di alfiere della democrazia e dell’opposizione (da Londra, dove è costretto all’esilio), Gibney disegna un affresco allarmante sull’involuzione democratica del Paese, sui metodi di manipolazione nei processi, sulla repressione degli avversari politici e sulle minacce per le libertà di stampa, citando una serie impressionante di morti sospette (ben note a chi segue le vicende russe) con un tono acuto ma anche brillante, preciso ma mai fazioso. (Antonio Autieri)

Il concorso della sezione Orizzonti si arricchisce di un piccolo capolavoro, Qiqiu (Palloncino) di Pema Tseden. È un film tibetano, da un regista per la terza volta presente alla Mostra di Venezia (sempre in questa sezione). Al centro della storia una famiglia di pastori: c’è una coppia appassionata, Darje e Drolkar, con tre figli (il più grande va a scuola, gli ultimi due sono ancora in età prescolare), c’è il nonno e c’è la sorella di Darje, una giovane monaca tibetana. Siamo in Cina, dove fare figli è talmente malvisto dal governo che multa la famiglia numerosa, circondati dalla religione buddista che crede nella reincarnazione e nella profezia dei lama. Cosa succede quando Darje scopre di essere di nuovo in attesa di un figlio? Questo piccolo grande film orientale è un film sull’anima, sulla famiglia, e su cosa significa amare e credere nella vita, vista però solo attraverso gli occhi della reincarnazione. Ha la potenza visiva di un grande film d’autore, anche se pecca a volte di narcisismo estetico, ma Pema Tseden è un autore da ricordare perché non ha nulla da invidiare ai grandi registi che hanno una sicura distribuzione. (Emanuela Genovese)