Con Joker, il regista Todd Phillips fa approdare il cattivo più affascinante dei comics alla Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto-7 settembre): accompagnato da una risata strozzata e da un dramma potentissimo, la parabola di Arthur Fleck sa essere in contemporanea una storia intensamente personale e tragicamente politica. Uomo ai margini della società e con seri problemi psichici irrisolti, Fleck si guadagna da vivere facendo il clown su commissione, mentre si occupa dell’anziana madre e nutre ambizioni da comico, anzi da stand-up comedian. La sua fragilità lo espone però ad una malvagità che sembra aver contagiato la grande metropoli di Gotham (una spaventosa New York da anni 70), esponendola ad un’ondata di crimini violenti e facendo aumentare ancora di più il divario tra ricchi e poveri. Escludendo quasi completamente l’immaginario fumettistico che ha nutrito il personaggio fino ad ora, il film di Todd Phillips immerge il suo protagonista nella melma di un degrado sociale ed esistenziale spaventosamente contemporaneo:qui gli uomini hanno smesso di provare compassione per i propri simili, si nutrono delle violenze consumate nei vicoli deserti di una città arrabbiata e godono del fallimento dei più deboli. Come un vaso di cristallo tra tanti vasi di coccio, colpo dopo colpo il corpo e la mente di Fleck si crepano, fino ad un’esplosione di violenza che porterà alla nascita di un Joker completamente fuori dagli schemi. Il percorso di Fleck verso il nuovo sé stesso è dunque una vera e propria discesa agli inferi, dove ogni dettaglio, ogni icona e ogni accessorio che caratterizzeranno il ben conosciuto personaggio viene motivato da eventi devastanti, terrificanti proprio per la loro verosimiglianza. Oltre a presentarci una parabola evolutiva del personaggio pressoché perfetta, il film di Phillips fa scacco grazie anche alla incredibile interpretazione di Joaquin Phoenix – papabilissimo vincitore della Coppa Volpi – che con un fisico consumato dal dramma, movenze e balli volutamente iperbolici e una risata incontrollata riesce a dare una profondità tragicomica al suo Joker pari a quella del suo collega Heath Ledger nel Cavaliere oscuro. Apoteosi del fallimento della nostra società contemporanea, il film di Phillips è un’opera completamente nuova su un personaggio ormai iconico, che mostra rischi e conseguenze di un sonno della ragione – e dell’umanità di ciascuno – capace di generare veri e propri mostri. (Maria Letizia Cilea)

C’è un desiderio di paternità e di maternità, voluta, rifiutata, biologica e non che attraversa i film della sezione di Orizzonti. Con Un Fils, esordio dell’arabo Mehdi M. Barsaoui, ci ritroviamo nel 2011 in Tunisia: Fares e Meriem amano il loro unico figlio di dieci anni, Aziz. La tranquillità di una gita termina subito: Aziz viene ferito gravemente allo stomaco durante un agguato alla polizia. La corsa all’ospedale, la paura della morte, il dolore di un genitore: è l’inizio della tragedia e della scoperta di una verità mai indagata. Senza svelare la trama, Un films – che descrive perfettamente una società patriarcale – racconta il cuore della corruzione che attanaglia la società (disposta ad abdicare tutto al dio denaro) e l’amore di una coppia che non sa confrontarsi con il perdono, perché oscurata dal senso del limite. Un Fils, che pecca nella parte finale di un eccessivo didascalismo narrativo, dimostra che il cinema non smette mai di guardare la realtà in tutti i suoi lati oscuri. (Emanuela Genovese)

Sempre in Orizzonti è passato il francese Mes jours de gloire: diversi mesi nella vita di Antoine, un ragazzo di 27 anni di Parigi, che nonostante tutto si comporta ancora come un adolescente e non riesce a crescere. I genitori sono separati, lui è un attore che ha fatto diversi film da bambino e ora viene scelto per interpretare De Gaulle in un film biografico. Si innamora di una ragazza conosciuta in caserma di polizia ma ha problemi di erezione e cerca di nascondere la cosa. Opera prima dell’attore Antoine de Bary all’insegna delle leggerezza e sotto l’angelo custode di Truffaut. Il film ricorda qualcosa della saga di Antoine Doinel del maestro francese, racconta il punto di vista di una persona e rendendoci partecipe delle sue fatiche e delle sue ansie psicologiche. A dare volto a tutto ciò c’è Vincent Lacoste, bravissimo. Parte in commedia, prosegue in tragedia e poi nel finale ritrova la gioia di vivere, sempre con leggerezza. Un piccolo gioiello che ha il raro pregio di far ridere e piangere assieme e che alla fine lascia contento lo spettatore. (Riccardo Copreni)

Da segnalare poi fuori concorso il notevole Adults in the room, cronaca della crisi economica greca del 2015 raccontata dal punto di vista del ministro dell’economia del nuovo governo di sinistra nel primo anno di mandato. Ritorno al cinema del maestro del cinema politico Costantin Costa-Gravas, autore di alcuni importanti film degli anni 70 come Z-l’orgia del potere. Il film è avvincente e coinvolge lo spettatore per tutte le due ore di durata. Il merito va innanzitutto alla sceneggiatura, tra il thriller e la farsa, scritta dal regista adattando il romanzo dell’ex ministro Yanis Varoufakis. Costa-Gravas sembra aver perso l’eleganza formale dei suoi precedenti capolavori,  ma riesce comunque a infondere ritmo e forza alla storia e a far brillare i suoi attori (tra cui la nostra Valeria Golino nel ruolo della moglie del ministro). Il risultato è una cronaca spietata dell’atteggiamento dell’UE nei confronti della Grecia. Un atteggiamento non proprio esemplare, anche se forse, più che un film antieuropeista, è un richiamo ai valori fondativi dell’Unione Europea e un appello disperato a un ritorno a una reale voglia di aiutarsi. (Riccardo Copreni)

Fuori concorso trova spazio anche Vivere di Francesca Archibugi, che racconta un anno o poco più una famiglia disastrata della periferia di Roma in cui arriva dall’Irlanda una studentessa alla pari. Il padre ha una precedente relazione con figlio 17enne alle spalle, fa il giornalista freelance, è depresso e continua ad avere amanti. La madre fa l’insegnante di danza e manda avanti la famiglia ma si sente poco considerata. Inoltre, i due hanno una figlia di 6 anni che soffre di una forma violenta di asma. In tutto ciò il vicino di casa osserva la vita di questa famiglia che scorre. Scritto dalla premiata ditta Archibugi-Virzì-Piccolo e con protagonista la fedele Micaela Rammazzotti affiancata da Adriano Giannini, ha tutti gli ingredienti tipici del cinema di quella scuola romana: un mix di realismo, dramma, commedia e un po’ di ruffineria sentimentale. Il risultato però, a differenza di alcune gustose opere precedenti della stessa squadra, è un’insopportabile sceneggiata piena di colpi di scena, personaggi e situazioni da fiction televisiva. La Archibugi si limita a dirigere il traffico, a dare ritmo e a guidare gli attori che non fanno altro che piangere e urlare in un mondo dove i personaggi maschili sono tutti stupidi e le donne – per quanto forti – sono sempre vittime della stupidità maschile. E dove tutti si vittimizzano. Come film dice un sacco di cose, urlandole, su matrimonio, paternità, rapporti di parentela, amore, sesso, giovani, religione ecc ecc. Quasi tutto suona falso, anche se tra le varie cose dette qualcosa di vero c’è ma è stato detto senza che nessuno se ne sia reso conto. (Riccardo Copreni)

Da qualche anno, alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia, le serie televisive d’autore hanno il loro posto, fuori concorso, nella selezione ufficiale. Paolo Sorrentino, dopo l’esordio televisivo con The Young Pope, sceglie due puntate – la seconda e la settima – per raccontare al pubblico veneziano The New Pope. Per chi ha amato la prima serie, questo sequel non delude, anzi risponde in pieno alle aspettative del suo pubblico.  E se entra in scena il nuovo Papa John Malkovich, un dandy amante della parola e della bellezza, non verranno meno tutti gli altri importanti ruoli dei primi episodi (tranne quello della suora interpretata da Diane Keaton). The New Pope non è certo una serie “teologica”: continua a giocare sul peso della grazia e dell’irriverenza nel mondo del potere. Ci sono momenti sfrontati, anche al limite dell’insolenza, e ci sono momenti in cui l’emozione del dolore prevale e dà spessore al senso estetico sorrentiniano. Due puntate non bastano a formulare un vero giudizio, ma Sorrentino e i “suoi” Papi spiazzano, ironizzano, divertono, ma anche destabilizzano quando lasciano entrare in scena personaggi perversi e ricattatori. (Emanuela Genovese)

Infine, nella sezione Venezia Classici – Non Fiction è passato il documentario Andrej Tarkovskij: A Cinema Prayer sul maestro del cinema russo (uno dei pochi della storia del cinema che non ha mai fatto meno che capolavori, tra cui Solaris, Andrej Rubliev, Nostalghia per citarne alcuni), realizzato dal figlio Andrej A. Tarkovskij. La vita del grande autore viene raccontata in sette capitoli (più un epilogo) che corrispondono più o meno a periodi della sua carriera, dove però a parlare e raccontare è Tarkovskij stesso. La narrazione dei pensieri e delle idee dell’autore avviene tramite materiali inediti di registrazioni vocali e video di Tarkovskij, alternate – ovviamente – a spezzoni delle sue opere. Il risultato è un film molto impegnativo, difficile da seguire per le molte parole, che hanno un sapore poetico e raggiunge un tono di preghiera. Il titolo è appropriato, raccontando in modo molto diretto la funzione di poesia e preghiera che il cinema deve avere e ha per Tarkovskij. Che, tra tutti i registi, è sempre stato l’unico a sostenere radicalmente che lo scopo del cinema è “semplicemente” rendere gloria a Dio in terra. (Riccardo Copreni)