1938. La sedicenne Ginia arriva a Torino dalla provincia insieme al fratello, con cui condivide un piccolo appartamento. Vivono in ristrettezze e sacrifici, ma Ginia sognano un futuro felice per sé e per loro pur nella lontananza dai genitori. Ginia trova lavoro come sarta, si applica con soddisfazione a un lavoro in cui mette impegno e creatività. Poi a un pic nic con il fratello conosce la sensuale modella Amelia che la introduce in un ambiente di artisti dissoluti, ovvero i pittori Rodrigues e Guido. L’amore di Ginia per Guido – che le promette di ritrarre nei suoi quadri anche lei, che vede nell’essere ritratta la possibilità di essere “vista” davvero – sembra allontanare le due giovani donne, ma in realtà Amelia ha altri motivi di preoccupazione.
Liberamente tratto dall’omonimo romanzo breve di Cesare Pavese (che gli valse il Premio Strega), La bella estate rappresenta una Torino (e uno squarcio di Italia) ancora alla fine degli anni 30: c’era vitalità, voglia di vivere e di divertirsi, possibilità economiche. In realtà il regime iniziava ad essere in crisi e il mondo stava scivolando verso la Seconda guerra mondiale, ma i personaggi del film di Laura Luchetti non sembrano accorgersi di nulla. Ginia, ingenua ragazza provinciale, si fa irretire volentieri da quel mondo eccitante e frivolo, a sua volta attira persone più grandi e già dissolute con la sua innocenza; ma ne rimane confusa e soggiogata, incerta se abbandonarsi totalmente ad esso o ritrarsene impaurita e sdegnata. Al tempo stesso la sua ricerca di identità sessuale viene rappresentata come una ventata di libertà “coraggiosa” (l’attrazione per Amelia, che la ricambia con ambiguità).
Laura Luchetti, al suo terzo film, dimostra di saper gestire abbastanza bene le atmosfere pavesiane, anche se non tutti i giovani attori sono credibili nei rispettivi personaggi (la stessa protagonista Yile Yara Vianello, che debuttò bambina in Corpo celeste di Alice Rohrwacher; mentre è un po’ più convincente Deva Cassel, figlia debuttante di Vincent e Monica Bellucci). Usa più i silenzi delle parole (a volte sentenziose, come quelle del fratello: certi testi devono essere affidati a interpreti che li sappiano “portare”), lavora con cura su costumi e scenografie, utilizza colori spenti quasi a farci presagire come quella allegria sia ingannevole e foriera di lutti futuri, accompagna le scene con le canzoni dell’epoca e rappresenta un’estate bella e triste al tempo stesso, con persone che si attirano e si ingannano.
Difficile però non soccombere nel confronto con il grande scrittore torinese. La bella estate rimane solo un compitino decoroso, senza le complessità e le sfumature del grande cinema (e della grande letteratura), a tratti inerte e non privo di tedio, senza lo spessore morale di Pavese che non si limitava a rappresentare pezzi di società e personaggi ma li giudicava e al tempo stesso li accarezzava con la sua pietas.
Antonio Autieri
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