Il diciassettenne John Paul Getty III gira per le strade di Roma con lo sguardo ingenuo e gentile, inconsapevole dei rischi che corre, finché non viene trascinato su un furgone che lo porta fino a un covo nel profondo della Calabria. Lì verrà tenuto prigioniero per mesi prima di essere venduto ad altri delinquenti pronti a tutto pur di far sganciare al suo famoso nonno i milioni che chiedono.

Non sanno che Gail, la madre di Paul, separata dal nullafacente figlio di Getty sr., combatte fin dall’inizio perché il suocero la aiuti a pagare il riscatto. Senza per altro ottenere quasi nulla dal ricchissimo petroliere, che sembra non riuscire a pensare ad altro che ai suoi soldi e ai suoi possessi.

L’ultimo film di Ridley Scott, che a un mese dall’uscita ha rigirato tutte le scene con il vecchio Getty sostituendo Kevin Spacey – in disgrazia per lo scandalo sulle molestie sessuali – con Christopher Plummer, prende spunto dal famoso episodio di cronaca del 1973 che coinvolse il nipote prediletto del petroliere. Scott ci costruisce intorno un thriller che parla di avidità e aridità (di sentimenti), di tenacia (quella di Gail, la madre di Paul) e di spietatezza (non solo quella dei rapitori, ma quella dei tanti che tentano di approfittarne per profitto o per fare notizia).

Al di là del rapimento (il cui racconto ha numerosi punti morti e non è aiutato dalla presenza di tanti volti italiani che nell’autodoppiaggio perdono di efficacia), è chiaro che a Scott interessa indagare l’animo del vecchio Getty, posseduto dalla sua avidità sconfinata, incapace di amare, ma solo di possedere (cose e persone).

Che il rapporto privilegiato con il giovane Paul sia tutto un’illusione si capisce ben prima che una svolta del film lo riveli in modo drammatico; e Plummer è bravo a dare corpo a un personaggio sgradevole fino alla fine, ma ovviamente anche eroico nella sua spudorata spietatezza.

A contrasto troviamo la madre addolorata ma piena di risorse di Michelle Williams (anche se a volte si fa fatica a pensarla al verde, considerato che cambia mise a ogni scena) e il pragmatico Fletcher Chace di Mark Wahlberg, factotum ex Cia che Getty invia in missione per risolvere la faccenda in poco tempo e con pochi soldi. Tra i“cattivi” l’unico degno di nota è il calabrese Cinquanta (il francese Romain Duris), che con il rapito stringe una sorta di amicizia, ma che comunque vola poco sopra lo stereotipo.

Il mestiere di Scott regge le due ore abbondanti del film (con tanto di flashback per conoscere l’origine della fortune di Getty e l’infanzia del povero Paul), ma fatica a emozionare davvero se non nei confronti tra Gail e il vecchio Getty, poli opposti di un rapporto con il denaro che è il centro del film e rispetto al quale si costruiscono, tra richieste, rilanci, espedienti (tra cui fantasiose deduzioni dalle tasse del riscatto) le svolte della storia .

Il film resta comunque godibile, efficace nella ricostruzione anche se con qualche licenza e cliché di troppo, che peserà più al pubblico italiano che a quello internazionale. Uno spaccato su un universo di ricchezza spudorata al punto che vorrebbe far indignare, ma che in definitiva si esaurisce in case di campagna dalle gallerie piene di quadri che finiscono per costituire la dinastia che Getty sogna, ma non coltiva se non a parole… Le stesse opere che ora ammiriamo nella grande casa/museo di Los Angeles che è il monumento alle fortune e alle sfortune del petroliere.

Luisa Cotta Ramosino