Renton e i suoi amici hanno un unico scopo: farsi di eroina, non importa con quali mezzi si possa raggiungere lo scopo. Diretto con ritmo da Danny Boyle (che dopo qualche anno verrà premiato con l’Oscar per The Millionaire), con una brillante colona sonora, Trainspotting mette l’accento sul legame che si crea tra chi condivide l’uso di stupefacenti; un cameratismo che lega in maniera profonda chi mette la droga davanti a qualsiasi altro interesse (lavoro, famiglia, gioco, anche il sesso). Solo chi condivide questa dipendenza è capace di comprendere  le menzogne, lo humour (sì anche quello), la disperazione che tengono in piedi la vita di un eroinomane. Il film, senza moralismi ma anche senza difendere nessuna tesi a favore delle sostanze tossiche, mostra la scomoda vita di chi è ossessionato dalla droga e come i suoi pari possano capirlo.

Tratto da un racconto di successo dello scrittore britannico Irvine Welsh, Trainspotting mostra un’assortita compagnia di tossici, che passano la vita facendosi e dormendo, con alcuni intervalli che mostrano con una certa ironia anche le spiacevoli conseguenze, attraverso gli incubi, le fantasie, ma anche la tragica realtà di chi è disposto a tutto per farsi un altro buco. A Renton fanno compagnia Spud (Ewen Bremmer) che vorrebbe anche cercarsi un lavoro normale, Sick Boy (Johnny Lee Miller) maniaco di Sean Connery, Tommy (Kevin McKidd),  che smette e ricomincia di continuo e Begbie (Robert Carlyle) che si vanta di non usare droghe, ma è un alcolizzato capace di scoppi di violenza tremendi e incontrollati.

Realizzato senza una trama ben definita, piuttosto con una serie di “quadri”, alcuni comici, alcuni violenti, altri grotteschi (una scena di immersione in un water è divenuta famosa), altri angoscianti e al limite del sopportabile (la morte di un neonato per l’incuria dei suoi genitori). In tutto questo Boyle mantiene un tono energico, che obbliga lo spettatore a confrontarsi con la fiera sfacciataggine di questo gruppetto di sbandati, che continua ciclicamente (perché la droga – e questo si vede chiaramente – non ti porta da nessuna parte) a tornare a rifare le stesse cose. Ma il film, diventato in fretta un cult, non è solo questo: è anche il sarcastico, lucido e amarissimo j’accuse contro una vita borghese da cui prima il protagonista sfugge come la peste, preferendo il vizio autodistruttivo e l’emarginazione (famosissimo il monologo iniziale), e cui invece si consegna nel finale a sorpresa. Che lascia l’amaro in bocca ma apre gli occhi sulla vera “morale amorale”: se il nuovo ideale di Renton è tirare avanti «lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai», forse quello della droga era un inferno solo più cupo, ma non necessariamente meno disperato.

Beppe Musicco