Paul aveva una vita che sembrava funzionare: fotografo affermato, pieno di lavoro, in grado di guadagnare bene. Eppure a un certo punto aveva sentito che qualcosa dentro di lui si era fermato. Da qui la decisione che a molte persone vicino a lui è apparsa incomprensibile: mollare la strada sicura e di successo per dedicarsi alla scrittura, suscitando in particolare l’incomprensione della moglie che lo lascia e parte per il Canada con i due figli ormai grandi. Paul pubblica anche alcuni libri, uno in particolare lodato dalla critica e venduto in “ben” 5.000 copie, con una modesta entrata in diritti d’autore.
Il problema è che la scrittura non gli permette di vivere. Finiti i risparmi, Paul comincia ad accettare qualsiasi lavoro trovi su una piattaforma di servizi: sgomberi, piccoli traslochi, giardinaggio, anche interventi da idraulico o muratore… Tutti lavori mal pagati e faticosi. Mentre cerca, quando può, di continuare a scrivere il nuovo romanzo promesso alla editor della sua casa editrice (che però ritiene deboli le sue proposte), crescono di pari passo i problemi pratici – fino a diventare uno dei tanti poveri di Parigi – e l’incomprensione degli altri. Ma anche la consapevolezza che quella scelta, apparentemente irrazionale, è forse l’unico modo per restare fedele a sé stesso.
«Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non garantisce la ricchezza». In questa frase recitata dalla voce fuori campo del protagonista si sintetizza il cuore della storia: la libertà di provarci anche laddove il mondo dice che è follia non pensare alla strada più comoda e sicura, una libertà che però viene pagata con la precarietà e la povertà. Uno dei meriti più evidenti di La mattina scrivo è la sceneggiatura, premiata alla Mostra di Venezia 2026, che costruisce il racconto – ispirato alla vicenda reale del fotografo e scrittore Franck Courtès – con una notevole precisione narrativa. Non accadono grandi eventi, almeno all’inizio, ma solo un insieme di piccoli fatti: una richiesta di lavoro sul telefono, un incontro inatteso (e imbarazzante), una discussione con il padre («perché non scrivi un libro di successo?!»). Ma questi frammenti si accumulano lentamente e producono una tensione crescente. Senza quasi accorgersene, lo spettatore si trova dentro una spirale di precarietà e fatica che diventa sempre più stretta.
Valérie Donzelli recupera un’abilità nel raccontare storie intime che però parlano a molti, intravista solo in uno dei suoi primi film, il meraviglioso La guerra è dichiarata (in cui trasformava una terribile esperienza personale, la malattia del figlio, in racconto universale): attraverso il suo sguardo sensibile, vediamo dipanarsi la vita di Paul tra tentativi di darsi un metodo (orari precisi per la scrittura, puntualità nei lavori), errori personali e contraddizioni della vita quotidiana.
A rendere tutto credibile è soprattutto Bastien Bouillon, che costruisce un protagonista lontano da ogni retorica sull’artista o presunto tale. Il suo Paul è un uomo normale, costretto ad accettare lavori su cui non ha molta dimestichezza e abilità (come notano perplessi o sarcastici alcuni clienti, dal vivo o nei feroci commenti sull’app), con un corpo atletico ma che si stanca e si ferisce, con momenti di scoraggiamento, con la paura molto concreta di non farcela di fronte alle paghe da miseria (20 euro per svuotare una cantina!). Ed è proprio questa normalità a rendere il personaggio così vicino allo spettatore.
A prima vista, la scelta di Paul di lasciare un lavoro ben pagato per inseguire la scrittura sembra un capriccio. Il film però sposta lentamente lo sguardo e ci invita a guardare la storia da un’altra prospettiva. Da una parte c’è il mondo del lavoro contemporaneo, raccontato con una lucidità quasi documentaria: piattaforme digitali, lavori a chiamata, aste al ribasso, competizione tra chi cerca semplicemente di sopravvivere. Un sistema che promette libertà ma spesso produce isolamento e sfruttamento. Dall’altra c’è una domanda più radicale e profonda: si può rinunciare a una “vocazione”? Scrivere, per Paul, non è un hobby né un vezzo snobistico. È qualcosa di più elementare e necessario, come respirare. Tutto ciò che vive diventa osservazione e possibile spunto di scrittura. Ma il prezzo di essere uno scrittore – non di “farlo” – diventa altissimo.
La mattina scrivo finisce così per raccontare qualcosa di molto concreto: la dignità di chi lavora, ma anche quella di chi non vuole rinunciare alla propria espressione originale. Non è una storia di successo, anche se nel finale le cose sembrano indirizzarsi verso la direzione sperata (ma mantenendo i “lavoretti” al pomeriggio), suggellata da una bellissima telefonata del figlio che ha sempre “tifato” per lui. Paul continua a scrivere perché non può farne a meno. Ed è in questa ostinazione silenziosa, fragile e tenace, che il film trova la sua verità più profonda.
Antonio Autieri
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