Occorre fare una precisazione di ordine grammaticale per ben disporsi nei confronti di “Un bacio romantico”: la prima parola della scellerata versione italiana del titolo non va intesa come articolo indeterminato, bensì come numerale. Sarebbe a dire: “un” bacio, romantico finché si vuole, ma uno soltanto. Circostanza non casuale e ben calibrata all’interno di una sceneggiatura perfino calligrafica, come da antica usanza del regista cinese (qui affiancato, nel lavoro di scrittore, dal giallista Lawrence Block). Ma anche se il bacio è uno solo, il romantico, al contrario, sembrerebbe essere ovunque. Lo si ritrova continuamente in sguardi, lacrime, inquadrature, dialoghi, situazioni e personaggi, al punto che si fa fatica a credere a questo film che sciorina uno dopo l’altro e senza apparente ritegno i topoi dell’amore infelice. C’è la bella fragile e abbandonata, l’amante gentile, la coppia in crisi, il padre in fin di vita e tutto il resto. Anche qui però non bisogna lasciarsi ingannare. Il romanticismo di Wong Kar-Wai (“In the mood for Love”, “2046”) non è sostanziale ma stilistico. Il dato sostanziale sono i personaggi, intesi come centri di energia e motori della narrazione; dal punto di vista della fotografia, come campi luminosi accerchiati dal buio. Ciò che muove ciascun personaggio è il bisogno viscerale di un rapporto con l’altro, rapporto che gli permetta di uscire da sé, di vincere la solitudine, di non sentirsi frammento impazzito di un caos ma parte ordinata di un tutto. Ma questo rapporto, così universalmente desiderato, viene ostinatamente negato, almeno fino al significativo finale. Per questo “Un bacio romantico” è un film senza baci, perché è un film sul vuoto e sulla distanza tra le persone, non sul contatto. Ad ingigantire la portata di questa dolorosa contraddizione (quella di un desiderio universale ma impossibile) ci sono una serie di soluzioni stilistiche del film, ad esempio il fatto che sia quasi interamente girato in luoghi pubblici (diversi bar, una tavola calda, un casinò), luoghi cioè che sarebbero per loro natura preposti all’incontro tra le persone, ma che sistematicamente falliscono il loro scopo. Pensiamo ad esempio al locale di Jeremy, a New York. Per i primi venti minuti del film ciò che accade “dentro” questo locale, ci viene mostrato da un punto di vista esterno: siamo “fuori” e vediamo le cose attraverso una vetrata variamente decorata. In questo modo lo stesso vuoto che separa i personaggi, ci separa anche come spettatori. Ci vogliono chiavi per aprire le porte che separano il “dentro” dal “fuori”, ma quelle chiavi, gli avventori del bar, le hanno lasciate a Jeremy senza che nessuno tornasse a riprenderle. Anche la divisione del film in quattro capitoli, che corrispondono ad altrettante tappe del viaggio di Elizabeth, risponde alla stessa logica esclusiva. Questo non è un road movie, perché lo spostamento manca completamente, ci sono solo le tappe, come bagliori nel buio, e in mezzo il vuoto. Ogni tappa è identificata tramite un numero che indica, in miglia, una certa distanza da New York, dalla possibilità di un amore. Distanza che solo alla fine sarà azzerata. Da un bacio naturalmente, ma uno soltanto. ,Eliseo Boldrin