Sono passati alcuni anni (8 nella realtà) da quando, nel quarto capitolo della saga,  Woody si è separato dalla sua vice Jesse, da Buzz e dagli altri giocattoli, per vivere insieme alla sua amata Bo e accudire i giocattoli smarriti.

Il film inizia con un gruppo di Buzz Lightyear di nuova generazione che dopo essere naufragati su un’isola deserta, si adoperano per raggiungere lo scopo della loro missione: contattare il comando stellare. Nel frattempo Jesse e Buzz aiutano Bonnie, la loro padroncina, ad affrontare un momento particolarmente delicato: ha iniziato le scuole elementari e fa fatica a farsi nuovi amici. La cowgirl prova a coinvolgere altri bambini nei giochi della propria padroncina, ma scopre che sono completamente assorbiti dai propri dispositivi tecnologici di ultima generazione. Anche i genitori di Bonnie provano a trovare una soluzione all’isolamento della figlia e chiedono ad un motore di ricerca come aiutarla ad entrare in contatto con altri bambini, naturalmente la risposta è presto servita: il nuovo tablet con intelligenza artificiale Lilypad.

In breve la bambina viene completamente assorbita dal nuovo strumento e perde interesse nei giocattoli. Jesse quindi chiama Woody per ricevere consigli, la comunicazione è disturbata e i due si fraintendono: Jesse parte alla ricerca di nuove amiche per Bonnie e Woody torna a casa per aiutarla. Nel frattempo Lilypad mette Bonnie in contatto virtuale con altre bambine che la bullizzano e usa la propria tecnologia per far rinchiudere i vecchi giocattoli in garage. I Buzz Lightyear dovranno portare a termine la loro missione, incrociando il proprio destino con quello di Woody e Buzz, che avranno il compito di salvare i vecchi giocattoli dalle grinfie di Lilypad, mentre Jesse andrà alla ricerca di un amica per Bonnie e troverà qualcosa di molto più importante.

Dopo 31 anni dalla nascita  della saga e 8 dall’uscita dell’ultimo capitolo, esce in questi giorni il quinto episodio dell’epopea che ha dato sostanzialmente inizio alla rivoluzione Pixel nel cinema di animazione. Il film precedente, uscito nel 2019, era stato l’ultimo lavoro di John Lasseter per la Pixar, che proprio in quell’anno aveva deciso di lasciare la compagnia a seguito di alcuni disdicevoli episodi. Lasseter era stato l’inventore del primo Toy Story nel lontano 1995, che gli era valso l’Oscar speciale della giuria e ha posto la sua firma sia come regista a grandi successi come A bugs life e Cars e come produttore a quasi tutti i capolavori della Pixar. Non stupisce quindi che, da quando ha lasciato la casa di animazione californiana, i flop siano stati decisamente più frequenti dei successi.

Confesso che gli ultimi lavori di casa Pixar non mi avevano per niente entusiasmato: ho trovato Inside Out 2 poco più che interessante, Elio e Jumpers assolutamente insignificanti. Per non parlare dello spin off di Toy Story, Lightyear- la vera storia di Buzz, che mi aveva innervosito per quanto fosse banale. Quindi mi sono approcciato alla visione di Toy Story 5 con poche speranze e invece ne sono rimasto piacevolmente colpito. Non dico che si sia tornati alla freschezza di qualche anno fa, ma la pellicola diretta da Andrew Stanton, regista di quel capolavoro di Wall-e, è piacevole e non scontata.

Il tema trattato è quello dell’uso dei dispositivi tecnologici, ma se all’inizio del film il giudizio sembra tranchant, non solo Lilypad esclude i vecchi giocattoli attirando tutte le attenzioni Bonnie, ma espone anche la bambina ai rischi della rete e questo porta Jesse diventa paladina di una crociata anti tecnologica. In un secondo momento l’inserimento di alcuni personaggi cambia la prospettiva, infatti durante l’avventura incontriamo Smarty Pants (nella versione originale doppiato dal famoso conduttore televisivo Conan O’Brian), un giocattolo tecnologico abbandonato perché diventato obsoleto.

Quindi il film non è manicheistico (giochi buoni tecnologia cattiva), ma mostra come lo strumento non sia né buono né cattivo e ribadisce quanto sia importante usare la fantasia, permettere a ciascuno di esprimerla con i mezzi che gli sono più congeniali e soprattutto rimette al centro i genuini rapporti tra bambini, in cui il gioco deve essere il tramite ad una reale relazione umana.

I primi film della serie c’entrano tutto sul rapporto bambino giocattolo e sulla possibilità di vivere, attraverso la fantasia, una relazione che permette al padroncino di crescere fino a lasciare la casa paterna per il college. In questo episodio della serie, invece, i giocattoli sono assolutamente protagonisti, ma sullo sfondo c’è una bambina sola che fatica a costruire relazioni e il gioco diventa una dimensione fondamentale. Questo tema non è nuovo, emerge anche nell’episodio Toy Story: Tutto un altro mondo (uno speciale di Natale per la TV del 2014 che ora si trova su Disney+), ma mai affrontato in maniera così approfondita.

Invece un tema assolutamente nuovo che il film inserisce nella serie è uno sguardo un po’ più attento verso i genitori. Inizialmente sono distratti e superficiali, tanto da demandare ad un motore di ricerca la soluzione per la solitudine di Bonnie. Ma poi, attraverso il dialogo, riescono ad intercettare i disagi della figlia e la aiutano a trovare la sua strada, facendosi anche da parte quando necessario.

Infine, dal punto di vista grafico, il film si mantiene all’altezza dei precedenti. Nelle scene in cui vengono rappresentate le storie del gioco, però, l’animazione abbandona lo stile canonico per adottarne uno più colorato e fantasioso, che richiama i disegni infantili. Il risultato è un impatto visivo particolarmente piacevole e originale.

Insomma Toy Story 5, il trentunesimo lungometraggio assoluto di Pixar, risolleva un po’ le sorti della casa di produzione. A mio parere si tratta di un film all’altezza delle aspettative, simpatico e sentimentalmente coinvolgente, ma senza risultare stucchevole. Introduce temi nuovi alla narrazione della serie e propone riflessioni di un certa profondità, ma adatte anche ad un pubblico molto giovane e tutto questo ci fa ben sperare per i futuri lavori.

Luca Cova

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