Abbiamo vissuto così a lungo in un regno di perpetua nostalgia, di sequel, riavvii e rivisitazioni che potremmo definire Lightyear – La vera storia di Buzz come uno pseudo-prequel di Toy Story.

Il film si apre con un testo sullo schermo che ci informa che quello che stiamo per vedere è il film che ha catturato l’attenzione di un ragazzino di nome Andy, e che ha generato il pupazzo di Buzz Lightyear, che gli è stato regalato per il suo compleanno nel 1995.In realtà abbiamo forti dubbi che una simile opera sarebbe potuta diventare un blockbuster nel 1995: non bastano le battute spiritose in stile Marvel, né tantomeno aver incluso una coppia lesbica nella storia. In teoria, la premessa del film poteva essere un modo intelligente per uscire dalla trappola della nostalgia, per giocare sulla nostra conoscenza e sull’affetto per il personaggio di Buzz Lightyear, consentendo ai realizzatori di creare qualcosa di completamente nuovo. Ma in pratica il film è una delle uscite meno ispirate della Pixar fino ad oggi, uno spettacolo intelligente ma senza anima, le cui battute scherzose e l’azione spaziale soffocano ogni aspetto emotivo della vicenda.

La storia ha inizio quando Buzz (nella versione originale doppiato da Chris Evans, in Italia da Alberto Malanchino) e il suo comandante degli Space Ranger, Alisha Hawthorne (Uzo Aduba, in Italia Esther Elisha) a causa di una manovra errata fanno atterrare la loro nave su un pianeta alieno ostile. Buzz è determinato a riportare Alisha e il grande equipaggio della nave sulla Terra, ma per farlo deve eseguire un test con una difficile manovra di volo nello spazio che gli richiede di viaggiare vicino alla velocità della luce. Il problema è che, a causa della dilatazione del tempo, il nostro eroe, con ogni missione in solitario che fallisce, torna su un pianeta che ha visto passare quattro anni, anche se il pilota è stato via solo per pochi minuti. Questo porta alla sequenza più efficace del film, un montaggio ritmato in cui Alisha si sposa con un’altra donna dell’equipaggio, ha un figlio (come e con chi l’abbia fatto, al pubblico non è dato sapere, l’importante è mostrare una famiglia con genitori omossessuali), quindi invecchia e muore; il tutto mentre Buzz, che invecchia solo poche settimane, a malapena se ne accorge.

Per chiunque, questo dovrebbe essere un passaggio di profonda tristezza, ma in contrasto con l’intensità super concentrata ed efficacissima dei primi 10 minuti di Up, il tentativo di riflessione di Lightyear sulla caducità della vita rimane sorprendentemente piatto e banale. La sequenza è concettualmente ingegnosa ma frustrantemente indifferente nella sua esecuzione, priva di tutti quei dettagli visivi meticolosamente realizzati che in genere danno una splendente e vivida rappresentazione al racconto dei sentimenti nello stile della Pixar. Qui la sensazione è che l’aspetto generale del film sia deludentemente privo di fantasia: un conglomerato di elementi presi in prestito dal canone del cinema di fantascienza: gli alieni insetto di Starship Troopers, il viaggio alla velocità della luce di 2001: Odissea nello spazio e le scenografie prese un po’ da casaccio da Guerre Stellari.

Purtroppo, la trama e i personaggi del film non sono più originali della loro veste grafica (probabilmente si salva solo il gatto-robot Sox). Dopo che Buzz ha finalmente completato con successo il suo volo, si ritrova quasi un secolo nel futuro, dove si unisce a un gruppo eterogeneo di disadattati, inclusa la nipote di Alisha, Izzy, per affrontare il malvagio imperatore Zurg, che sta cercando di conquistare il pianeta alieno dove i terrestri son dovuti atterrare.

Naturalmente, il nostro team di eroi riesce ad modificare la ben nota attitudine seriosa di Buzz, insegnandogli anche una o due cose sul valore del lavoro di squadra, ma è difficile farsi prendere da questa evoluzione emotiva, vista la sua natura circoscritta e la banalità del personaggio. Senza dubbio una brava persona, piena di coraggio e buona volontà, ma il Buzz di Lightyear alla fine manca purtroppo della profondità, della passione e del carattere che caratterizzano l’action figure di plastica che ha ispirato.

Beppe Musicco

 

Anche se non siamo davanti ai vertici creativi Pixar rappresentati da titoli quali appunto Toy Story, Up, Inside Out, Ratatouille – solo per citarne alcuni – Lightyear è un film che cresce alla distanza e che lancia messaggi che colpiscono i più piccoli e il pubblico dei più adulti. In questo caso vediamo Buzz trasformarsi e maturare; da space ranger coraggioso ma anche cocciuto, egoista e presuntuoso fino a dichiarare di non aver bisogno di nessuno per condurre le missioni (neanche dell’aiuto del pilota automatico), lo vediamo diventare un vero team leader che crea una squadra di successo, si fa ben volere ma che capisce anche di aver bisogno dell’aiuto degli altri per vincere le proprie sfide, correggere e affrontare gli inevitabili errori che si commettono nella vita. Un Buzz meno perfetto ma più umano che si rende conto che talvolta è inutile pensare di dover per forza “ritornare a casa” quando si è già nel posto giusto, e con le persone giuste con cui vivere e crescere. Anche se i fan della saga di Toy Story potranno rimanere delusi,  Lightyear – al di là di alcuni elementi che hanno fatto discutere soprattutto a livello mondiale (il personaggio della capitana Hawthorne è gay e ha un figlio)è per prima cosa un bel film avventuroso e di fantascienza, con scene che possono ricordare alcuni momenti di Interstellar e tanti classici sci-fi con una citazione esplicita di Alien. Niente di nuovo, per carità, ma nel racconto ci sono diversi bei momenti, soprattutto il legame di amicizia tra Hawthorne e Buzz che lui capisce solo alla morte di Alisha per il vuoto che gli lascia dentro e che prova poi a ricreare con la nipote Izzy.

Stefano Radice

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