Da Toy Story fino a Ratatouille, la Pixar ha proposto negli anni tematiche sempre profonde, legate spesso alla dinamica della ricerca e della scoperta. Fosse quella dell’amicizia (Toy Story 2), del proprio posto nel mondo (A Bug’s Life, Cars), del ruolo della paternità (Alla ricerca di Nemo, Monsters & Co.) o del valore della famiglia (Gli incredibili), lo ha fatto attraverso paesaggi in cui uno sguardo stupefatto potesse interrogarsi sia sulla realtà davanti agli occhi sia su quella intima dell’animo. Wall-E non fa eccezione e, se possibile, vola ancora più alto («verso l’Infinito e oltre», verrebbe da dire citando lo slogan dell’azienda) e non perché sia una favola ecologica (lo è, ma non è questo il suo tratto essenziale) ma nei termini in cui si interroga sul destino finale dell’umanità, sia intesa come comunità di individui sia intesa come identità di ciascuno. In fondo si tratta anche qui di una “Toy Story”, della storia di un giocattolo. È poco più che questo il protagonista, un piccolo robot adibito al sollevamento e compattamento dei rifiuti terrestri (si traduce più o meno così l’acronimo che gli dà il nome, Waste Allocation Load Lifter Earth-Class), l’ultimo balocco ancora funzionante di un mondo che, giocando con il proprio futuro, ha consumato ormai tutto.

Gli sceneggiatori del film hanno rielaborato un incubo ricorrente della fantascienza, la scomparsa dell’uomo sulla terra (come in Io sono leggenda o in The Road), leggendolo però in chiave brillante: l’ultimo essere senziente rimasto in circolazione non è un tormentato scienziato alla ricerca della cura di un’epidemia, né un giustiziere solitario che deve avere ragione dell’homo homini lupus. Wall-E non è disperato né imbarbarito e non deve estirpare nessun male: la vita è un gioco, appunto, ma nel senso in cui lo intenderebbe un bambino e non un adulto: nel senso cioè dell’essere avventura in azione, curiosità in atto, gusto della novità. Nel XXVIII secolo, dopo aver ridotto la terra a un’immensa discarica (dove addirittura lo skyline delle metropoli è corretto dai cumuli di spazzatura), l’umanità ha fatto baracca e burattini e si è installata nello spazio, dove apocalittici e integrati galleggiano mollemente insieme in una lussuosa astronave da crociera. Assistito da un simpatico scarafaggio (anche lui muto, come il robot), Wall-E prosegue meticolosamente il lavoro per cui è stato programmato: mettere ordine nel caos.

Impilando i rottami della civiltà scomparsa, Wall-E li seleziona, li distingue, salva dagli scarti quello che lo colpisce, valorizza le cose belle e quelle utili, quelle che gli parlano della grandezza del passato sconosciuto, o semplicemente quelle che dimostrano di essere state concepite con ingegno e creatività. A sua volta egli è un creativo, rielabora quello che trova con senso pratico e con l’ottica del riciclo; ama condividere le gioie (prima con lo scarafaggio, poi con il robot femmina di cui si innamora) inseguendo il mito di una bellezza impossibile da cancellare, sia pur sepolta sotto quintali d’immondizia. Non a caso Wall-E scruta il cielo, perde il suo sguardo robotico e binoculare tra le stelle della notte, nell’attesa certa di un richiamo, di un segno, di qualcosa a cui legare e da cui far discendere quella bellezza di cui ora è ordinatore e custode. Il segno arriverà e Wall-E sarà chiamato, all’inizio inconsapevolmente ma sempre spinto dallo stesso spirito, a portare ordine anche nello spazio, dando agli esseri viventi che lo hanno costruito – da robot – una lezione di umanità.

Facendo i conti una volta per tutte con 2001: Odissea nello spazio, Wall-E – in perfetto equilibrio tra divertimento, riflessione e incanto – consegna ai bambini e ai loro genitori (con l’intelligenza superiore di chi non si prende troppo sul serio) un messaggio importante di speranza verso il presente, affidandosi, ed è la qualità maggiore del film da un punto di vista artistico, a un personaggio in lizza per assicurarsi la stessa proverbialità duratura di Charlot e di E.T. Non si dovrebbe parlare troppo a lungo di Wall-E, dicevamo in apertura. Bisognerebbe lasciarlo parlare. Se non fosse che, come tutti gli individui che sono saggi e pragmatici, Wall-E è un tipo di poche parole (per cui assomiglia anche a Buster Keaton e al Cucciolo di Biancaneve). Eppure dice più cose con l’espressività muta della sua meccanica di quante ne direbbe se desse fiato ai suoi circuiti. Ascoltate il suo silenzio e capirete, guardatelo e vi innamorerete.

Raffaele Chiarulli