Uno spunto che avrebbe tranquillamente potuto dare vita a un horror (non a caso lo sceneggiatore è Chris Sparling, quello del claustrofobico Buried), nelle mani di Van Sant e con il volto segnato di McConaughey (ma anche Watanabe e la Watts fanno la loro parte) diventa un film a tratti imperfetto, ma non privo di fascino nel narrare un’odissea fisica e spirituale dalla trasparente valenza metafisica. Di fronte al lutto (ma soprattutto al rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato e al senso di colpa per le proprie mancanze nel rapporto con la moglie), il protagonista ha preso una decisione radicale, che ben si sposa con il suo carattere spietatamente razionale e razionalista, apparentemente privo di ogni apertura al trascendente.

Tuttavia proprio il luogo prescelto per portare a termine il suo progetto (un po’ goffamente individuato grazie alle ultime volontà della moglie e a una ricerca Internet), una foresta sterminata ai piedi del Fujiyama che è diventata luogo prediletto per la dipartita di molti individui arrivati alla decisione fatale per i motivi più diversi, con i suoi percorsi labirintici e inquietanti finisce per diventare il luogo in cui la decisione irrevocabile di Arthur viene messa in discussione. Costretto suo malgrado a rimandare il suo gesto definitivo per assistere un altro aspirante suicida che ha cambiato idea ma che la foresta non sembra voler “lasciare andare”, Arthur deve cercare di ritrovare la strada, e così facendo ripercorre (attraverso flashback essenziali ma, grazie alla bravura degli interpreti, molto intensi) la storia del rapporto con la moglie Joan, la cui morte lo ha condotto fin lì…

Gli elementi soprannaturali e il gioco degli indizi (che per lo spettatore più accorto è evidente abbastanza presto) movimentano un “survival movie” atipico in cui in palio sembra esserci più l’anima che la vita materiale dei protagonisti. Ciò che ad alcuni potrebbe apparire ingenuo o sentimentale, trasmette invece, almeno a chi scrive, un sincero e a tratti commovente tentativo di raccontare il travaglio di un uomo che si pone forse per la prima volta le questioni più radicali: il senso della morte, il dolore per il proprio limite e i propri tradimenti, il rimpianto dell’infedeltà a un amore imperfetto, ma reale.

Il film di Van Sant, pur con tutti i suoi limiti e qualche semplificazione di troppo, non si riduce a contrapporre un Occidente arido e disperato a un Oriente aperto alla spiritualità, perché il viaggio del film va oltre gli schemi di culture contrapposte ma ne recupera elementi diversi per parlare di un desiderio di un Oltre (a cui non si dà un nome, ma che indubbiamente ha anche fare con l’Amore inteso nel senso più alto) che è ciò che gli esseri umani hanno in comune ad ogni latitudine. La linearità del percorso e forse in qualche modo anche la sua prevedibilità non impediscono di coinvolgersi nel viaggio di Arthur, condividendo il suo dolore e la sua dolorosa rinascita.

Luisa Cotta Ramosino