L’ingresso dello zio, interpretato dall’ottimo Tom Wilkinson, registra una serie di sfasamenti di tono e di genere. All’inizio il film pare una comemdia di famiglia, con due fratelli goffi ma simpatici e due genitori simili a tanti coniugi visti tanti nei film di Woody Allen (lui è povero ma orgoglioso, mentre la moglie lo considera un fallito ed esalta il ricco fratello che ha fatto fortuna in giro per il mondo). E inizialmente lo zio, che i soldi poi li ha fatti soprattutto in Cina, sembra confermare il tono simpaticamente alleniano della vicenda. Perfino quando lo zio chiede di uccidere un nemico in affari in cambio dell’aiuto economico indispensabile ai due spiantati e strampalati nipoti. ,Tutto cambia quando si capisce che lo zio non scherza affatto: e in forza dei legami di sangue “pretende” quell’omicidio. Con i due ragazzi che si dividono sul “peso” di un simile gesto sulle loro vite, sulla sua immoralità, sulle conseguenze… ,Terzo film londinese per Woody Allen, dopo “Match Point” e “Scoop”, e terza variazione sul tema del “delitto e castigo” della sua carriera. Due anni fa proprio “Match Point” riprendeva – con sapienza cinematografica ma aridità di sguardo sulla vita – i temi del bellissimo “Crimini e misfatti”, uno dei capolavori del vecchio Woody; di un’epoca in cui non solo lo sorreggeva maggiormente il talento, ma anche non era cinico come negli ultimi anni.,In “Sogni e delitti” tutto è professionale, a tratti ben realizzato (ma la scena dell’omicidio non ha alcun pathos e i caratteri hanno poco spessore, al contrario che in “Match Point”), con attori all’altezza delle aspettative: sia i giovani Ewan McGregor e Colin Farrell (meno talentuoso del collega, stavolta regge bene il confronto) che il già citato Wilkinson. Ma questa volta, oltre a un fastidioso senso di deja vu – come quando, al culmine della sua carriera tra fine anni ’70 e inizio anni ’90 Allen raccontava sempre di omini gentili e imbranati delusi dalle donne: ma ogni volta c’era un germe di novità e di freschezza paradossali e miracolosi – si sente il respiro corto non solo di un cinismo fin troppo programmatico, ma di una riflessione esistenziale che sfocia nella banalità.,Francamente, una grossa delusione per chi ha amato il regista di Manhattan, non riscattata dall’eccellente fotografia di Vilmos Zsigmond – che “raffigura una Londra e le sue campagne circostanti come non si erano mai viste – e dalle musiche di Philip Glass. Quando manca il quadro, della cornice ci importa poco.,Antonio Autieri