Terzo lungometraggio di Alessandro Genovesi, sceneggiatore del bel Happy Family e autore de La peggior settimana della mia vita e il sequel La peggior vacanza della mia vita. Soap opera conserva gli elementi del primo film: un cast di attori navigati (oltre ad Abatantuono e De Luigi, già presenti nei film precedenti, ci sono Ale & Franz, Chiara Francini, Cristiana Capotondi e Ricky Memphis), una sceneggiatura che gioca sugli stereotipi, una forma cinematografica che non nasconde il debito verso il teatro, il luogo in cui si è formato il regista e sceneggiatore milanese. Un unico condominio, appartamenti contigui, vicini più o meno ficcanaso. Porte che si aprono e si chiudono, cambi di scena continui. E anche nei pochi momenti ambientati al di fuori della palazzina, sono spazi chiusi e ristretti a dominare: l'interno di una macchina, di un tram, di un ospedale. Insomma, un film a metà tra cinema e teatro dove a fare da padrone sono la parola, la gag surreale e la maschera. Tanti buoni elementi che però, tutti sommati, partoriscono un film poco riuscito. Già l'incipit non promette troppo di buono. Nel proprio appartamento si consola con Patrizia (Caterina Guzzanti, in un ruolo troppo sacrificato), Francesco (De Luigi) da poco mollato dalla fidanzata Anna (Cristiana Capotondi). Colpo di scena: entra Memphis, in crisi proprio mentre la moglie sta partorendo in ospedale. Prima, piccola gag con la povera Guzzanti che finisce incastrata sotto un letto. Si apre ancora la porta ed è la volta dell'attrice televisiva un po' oca (Chiara Francini) che chiede cortesemente di poter avere un preservativo. Nell'appartamento di fianco, Ale & Franz, fratelli coltelli, se le suonano e se le cantano non rinunciando (strano per loro: non lo avevano mai fatto in precedenza) a un po' di volgarità. Fino a quando uno sparo, improvviso, proveniente da una stanza, metterà ulteriormente in subbuglio situazioni già precarie. Genovesi che, meglio in Happy Family dove però il regista era uno abile come Salvatores e un po' meno bene nei suoi film da regista, aveva sempre dato il meglio di sé nel mantenere un equilibrio tra farsa e tragedia, commedia degli equivoci e gag pure, realizza il suo film peggiore, a basso tasso di comicità nonostante i tanti nomi coinvolti e i tanti attori di grande livello che appaiono tutti col freno a mano tirato. Abatantuono che gigioneggia sembra la brutta copia dei personaggi dei film precedenti; la coppia De Luigi-Memphis fatica a decollare così come svolgono un semplice lavoro da caratteristi il duo Ale & Franz, di solito in gamba e capaci, attraverso una comicità surreale, di provocare tante risate. Qui invece molte gag appaiono un semplice abbozzo e non sembrano sviluppate a dovere: dalla guerra fredda e sotto traccia dei due fratelli alla crisi d'identità di Memphis allo stralunato De Luigi incerto davanti all'attrazione per due donne. Genovesi scrive con la mano sinistra: al suo film mancano ritmo e coesione. Alcune gag falliscono il bersaglio perché non hanno i tempi giusti (il bacio tra Memphis e De Luigi); altre, più interessanti come l'assurdo interrogatorio con protagonista Abatantuono, sono depotenziate perché tirate troppo in lungo. Ma a mancare in generale sono personaggi che vivano di vita propria e si sottraggano alla rigidità della maschera di riferimento. Così le tre donne protagoniste sono una meno credibile dell'altra. La Capotondi, alle prese con un segreto a dire il vero parecchio telefonato, dovrebbe imprimere alla vicenda un tono serio e fors'anche drammatico ma sortisce l'effetto opposto: il tono melodrammatico appesantisce la leggerezza della vicenda e anche il feeling con De Luigi non è dei migliori. Stesso discorso per la giovane e bella Elisa Sednaoui che dovrebbe spostare il racconto dalle parti della commedia nera (sì, Soap Opera è anche questo: una commedia col morto) ma si trova di fatto imbrigliata in un personaggio sviluppato a metà e la Francini, alle prese con l'ennesimo ruolo da comprimaria sboccata e bizzosa, emblema di un certo cinema televisivo da cui Genovesi prende le distanze (perché, certo, Soap Opera è pure questo: la satira di costume) ma che finisce per solo per essere semplice caricatura e nemmeno troppo simpatica.,Simone Fortunato,