Bel documentario, semplice, schietto e ricco di umanità. E’ un film che va in direzione opposta rispetto all’operazione targata Ligabue, Niente paura (presentato a Venezia 2010): se quella infatti era un’autocelebrazione smaccata e non priva di discutibili affondi ideologici ad uso e consumo dei fan del Liga, Questa storia qua – presentato esattamente un anno dopo, a Venezia 2011 – è un’operazione molto più personale e discreta. Innanzitutto perché il film della coppia di registi esordienti Paris-Righetti evita di cadere nella tentazione agiografica. Il personaggio che infatti esce dal film è un uomo, con tanti difetti e qualche momento geniale, così come racconta la voce fuori campo della stessa rockstar. Un uomo problematico che, nel racconto degli amici e della madre, è afflitto da tante difficoltà: dalla dipendenza dalla droga, al carattere non facile che a volte lo isolava dagli amici, alla debolezza nei confronti delle donne, al rapporto col successo e con la notorietà non sempre facile. In secondo luogo, il film colpisce perché si configura come un film su dei luoghi e su delle persone. Questo si capisce molto bene nella parentesi, assai commovente, dedicata allo scomparso Massimo Riva, uno “che non è sopravvissuto ai suoi guai” per dirla con Vasco, primo chitarrista, quasi un fratello per il rocker, morto a 36 anni nel 1999 per un'overdose. È il modo con cui si racconta quell'amicizia a colpire: ne parlano gli amici, i colleghi, il fratello e lo stesso Vasco che racconta come alcune canzoni (la celebre Siamo solo noi) sia proprio nata da quel rapporto così stringente ma anche così difficile. E poi Zocca, il 'posto' di Vasco, la terra dove affonda le proprie radici. Un posto semplice, tanto provinciale che “Modena sembrava New York”, e certamente povero da un punto di vista culturale. Eppure un luogo: degli amici, una casa, un posto, insomma, da cui partire e in cui rispecchiarsi per non perdersi come tanti altri compagni di cammino. Sta qui forse la presa di coscienza più grande del film: Vasco, ormai sull'onda del successo, torna a Zocca, al bar dei suoi amici. Deve farlo po' di nascosto perché ormai il successo non gli permette più di vivere come una persona normale e persino tra gli amici di un tempo si avverte un po' di disagio. Ritorna dopo anni e trova tutto cambiato: le strade sono diverse, molti luoghi cari della propria infanzia spariti o irriconoscibili. E allora Vasco capisce: la nostalgia non è legata a un luogo fisico, ma è uno stato d'animo. E la malinconia prende il sopravvento. Controcorrente per tanti aspetti, anche imprevedibili – il giudizio molto negativo e addolorato di un amico sul finale sul conformismo di Vasco nell'abbracciare le droghe – Questa storia qua non è un film soltanto per appassionati, anche se i fan, va da sé, gongoleranno per i le tante immagini, interviste e materiali. E' un film per tutti, anche per chi, come il sottoscritto, ha sempre considerato Vasco un rocker minore rispetto a tanti altri mostri sacri d'oltreoceano. Non è così e la vena ideale che percorre tutto il film – cantare, a volte gridare, per dire chi si è, chi si ama, a chi si appartiene e anche per chi non c'è più – è la stessa dei più grandi, come racconta il recente documentario su Bruce Springsteen, The Promise, un altro grandissimo che non si è perso per strada più che per il talento perché è rimasto fedele a un luogo del proprio cuore.,Simone Fortunato,