Non diciamo meglio di così non si poteva cominciare, perché non amiamo le frasi fatte. E perché la memoria ci dice che la Mostra di Venezia, da alcuni anni, inizia sempre bene (Gravity, Birdman, La La Land così a memoria tra le ultime annate). Ma First Man (Il primo uomo), con cui il giovane Damien Chazelle torna in concorso al Lido a due anni da La La Land, e sempre nella serata inaugurale, è uno di quei grandi film che rendono sempre vivo il cinema hollywoodiano contemporaneo. Che, guarda caso, da parecchi anni ormai – non solo con la direzione di Alberto Barbera ma già dalla chissà perché dimenticata gestione Müller – usa Venezia come trampolino di lancio per la stagione degli Oscar. Chazelle sceglie ancora Ryan Gosling (sempre bravissimo: ma è una notizia?) per interpretare Neil Armstrong, l’uomo dello sbarco sulla Luna nel 1969. E per raccontarne le “gesta”, cambiando registro rispetto ai precedenti film Whiplash e il già citato musical super premiato, usa un sottotono narrativo che qualcuno sta scambiando per freddezza ma è un grande tratto di sensibilità: in sintonia con la figura di Armstrong, uomo di grandi capacità e preparazione ma di non facili rapporti, di grande umanità pur nelle difficoltà di esprimersi anche con le persone amate. Ne rifulge il rapporto con la moglie (splendida anche Claire Foy), il racconto delle loro sofferenze (la perdita di una figlia in tenerissima età) e la profondità, tanti tocchi – silenzi, non detti, piccoli gesti, rari sfoghi – che ci hanno conquistato. Alternando spettacolarità, precisione nei dettagli (il casco e la tuta sono quelli veri!) claustrofobia soffocante e ampi spazi, ma anche pause di riflessione, Chazelle compone l’epopea di una persona diventata eroe suo malgrado. Ci torneremo su quando uscirà in sala il 31 ottobre, ma segnatevelo in agenda… (Antonio Autieri)

Molto meno bisognerà aspettare per Sulla mia pelle, in uscita il 12 settembre (ma ci sono polemiche sul suo passaggio in sala, che speriamo non sia ridotto, a causa della contemporanea con la piattaforma Netflix che lo ha coprodotto). È la storia vera e terribile di Stefano Cucchi, tossicodipendente e piccolo spacciatore che, arrestato una sera dopo un controllo, viene picchiato brutalmente dai carabinieri nella prima notte di detenzione. Muore dopo sette giorni in carcere rifiutando le cure, senza che i familiari abbiano potuto visitarlo. Scrive e dirige bene Alessio Cremonini ricostruendo in modo secco e semi-documentaristico gli atti giudiziari, e ogni tanto squarcia il realismo della ricostruzione con lampi poetici di sincera commozione. Da applausi Alessandro Borghi, che regge il film sulle sue spalle e crea uno straordinario percorso di decadenza fisica del protagonista. Straordinari anche i due genitori, Max Tortora (il comico è per la seconda volta in pochi mesi in un film drammatico, dopo La terra dell’abbastanza) e Milvia Marigliano, la cui dignitosa sofferenza non può non commuovere. (Riccardo Copreni)

Se First Man ha aperto bene il concorso, non ci doveva stare per nulla il secondo titolo in  gara: The Mountain dell’inglese Rick Alverson è un inutile, tedioso, confuso e angoscioso racconto – chissà perché con schermo quadrato – su un giovane (Tye Sheridan, recente protagonista di Ready Player One) che si strugge per la madre in manicomio, vede perdere il severo e poco affettivo padre, si lega come fotografo delle sue missioni al medico della madre, che eccede sulle pazienti in elettrochoc e in pratiche deontologicamente poco commendevoli. Poi i due, di viaggio in viaggio alla ricerca di ospedali che accettino i metodi del medico (bello rivedere Jeff Goldblum, ma sarebbe stato meglio in un bel film) incontrano un uomo con la figlia da curare, e inizia altre sottotrame: da un lato il rapporto – appena accennato – tra il ragazzo e la ragazza, dall’altro le performance di un personaggio che definire originale è poco. Questo potete anche perdervelo… Anzi, prevediamo che non avrà affatto uscita italiana. (Ant.Aut)

Per concludere la nostra prima puntata veneziana, un accenno a un documentario interessante fuori concorso: Isis, Tomorrow – The Lost souls of Mosul di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, coproduzione Freemantle Media Italia-Rai Cinema. A sei mesi dalla liberazione di Mosul (luglio 2017) le cose sono sì migliorate, perché non ci sono più stragi, decapitazioni e attentati anche con bambini-kamikaze. Ma non si può dire che la violenza sia finita, tra vendette (anche verso chi non è sicuro sia colpevole, o ha solo la colpa di essere moglie o figlio di un terrorista), umanità disprezzata, paure che non cessano. Inutile negare il coinvolgimento emotivo, anche se a tratti sorge il sospetto di una eccessiva spettacolarità – anche visiva e musicale, grazie a mezzi adeguatamente importanti – per un tema che meritava più “sottrazione”. Ma certe immagini, interviste e volti non si dimenticano. (Ant.Aut)