Elizabeth è una donna solare, bella, dinamica, che fa sci nautico. O meglio, lo era. Quelle poche immagini che vediamo di lei precedono l’incidente che la riduce in coma, attaccata a macchine che la mantengono in vita (e c’è di mezzo anche un testamento biologico da lei sottoscritto a suo tempo). Di fronte a lei, al suo capezzale, fa i conti con la loro unione il marito Matt King, ricco avvocato troppo dedito al lavoro con notevoli possedimenti alle Hawaii di cui la famiglia da secoli si tramanda la proprietà. I due non si parlavano più, prima dell’incidente: ma che cosa ha portato a questa situazione? E ora, quest’uomo di mezza età che pian piano scopre segreti che svelano squarci imprevedibili e non immaginati prima, come può affrontare la nuova situazione, che lo vede padre di due figlie (una bambina di 10 anni e un’adolescente ribelle e già fuori casa, al college) con cui lui non si è mai coinvolto troppo, concependosi come un pavido genitore “di riserva“? Con loro, che ora per la prima volta poggiano completamente su di lui, dovrà ripartire ricostruendo dalle macerie una famiglia.

Nonostante alcune sottolineature ironiche e a tratti perfino comiche, è un film dolente e profondo Paradiso amaro, titolo italiano che si riferisce a quel paradiso per turisti che dovrebbe diventare l’enorme proprietà – parte dell’isola di Kauai, nell’arcipelago delle Hawaii – di cui Matt e la variegata tribù dei suoi parenti vorrebbero disfarsi per far soldi facili (mentre il titolo originario The Descendants, più bello, richiama le origini secolari della loro famiglia di origini principesche). Ma è un paradiso per modo di dire, rappresentato in modo crepuscolare e “grigio” come in fondo lo è il protagonista. Nella sua opera più matura Alexander Payne, campione del cinema americano “indipendente”, conferma di guardare più ai modelli europei che a quelli hollywoodiani, con le sue storie di perdenti o uomini in crisi e senza certezze (A proposito di Schmidt con Jack Nicholson, Sideways con Paul Giamatti) costretti dalla vita a reagire alle avversità e prima ancora alla propria inadeguatezza. Matt, interpretato da un George Clooney più goffo che affascinante in uno dei suoi ruoli migliori (che gli è valso un Golden Globe e la candidatura agli Oscar), è un uomo sul punto di perdersi ma che al termine di un percorso doloroso – con tanto di viaggio rivelatore, come da topos cinematografico – che rischia di vederlo soccombere si ritrova ferito ma non distrutto, ricostruito dal rapporto con due figlie (promettente Shailene Woodley, che interpreta la più grande) che quasi non sapeva di avere. E anche dalla scoperta del valore delle proprie scelte: la scelta tra una comoda e pigra ricchezza e un’eredità da preservare, tra il vittimismo e l’ammissione dei propri errori. Soprattutto, tra l’odio e il perdono: una scelta che può permettere di riemergere e non veder svanire l’amore per la propria donna, in un finale che non può non commuovere e che arricchisce un film di rara sensibilità.

Antonio Autieri