Adattamento del romanzo del 1980 che guadagnò la notorietà allo scrittore Salman Rushdie, il film fluviale (ma non per gli standard indiani) firmato dalla regista indiana naturalizzata canadese Deepa Mehta (autrice anche di Water, dedicato a un gruppo di vedove che, a causa della loro condizione, vivono in povertà presso un tempio a Varanasi) ha dalla sua una credenziale invidiabile: lo scrittore stesso, dopo, pare, aver ceduto i diritti del romanzo per un solo dollaro, si è occupato in prima stesura della sceneggiatura. Sulla carta la migliore garanzia per trasfondere sullo schermo spirito e lettera dell’originale, un misto di epica, picaresco e realismo magico che fece a suo tempo la fortuna dell’autore, promessa di una vicenda interessante capace di intrecciare pubblico e privato, fantasia, magia e realtà per creare un affresco di un paese complesso e contradditorio.,Come accade per i “figli della mezzanotte” del titolo, però, le promesse, anche le migliori, sono fatte soprattutto per essere disattese.,E così, rispetto alla complessità dell’originale, che intrecciava le vicende di moltissimi personaggi, la pellicola privilegia un registro sentimentale e melodrammatico, solo occasionalmente disturbato da momenti di ironico contrappunto, ma che più spesso vira nel romanzo di appendice, a partire dallo scambio iniziale dei due bambini che fa “del ricco un povero e del povero un ricco”, per mano di una infermiera cattolica che però presta orecchio più che al vangelo alle farneticazioni di un fidanzato rivoluzionario che fa in fretta una brutta fine.,E così il ricco mancato Shiva si ritrova a fare una vita miserabile che gli provoca un bello spirito di rivalsa (diventerà militare e cattivissimo, pronto a farla pagare a chi gli ha “rubato” il destino), ma pure il povero “arricchito” Sinai (curato anche amorevolmente dall’infermiera offertasi come tata per i sensi di colpa) non se la passa così bene, tra rovesci familiari e un padre che ad un certo punto sospetta sia il frutto di un adulterio e lo spedisce a crescere dagli zii. ,È solo l’inizio di una serie di disavventure che Sinai sembra attirare come una calamita, proprio come, grazie al suo “magico” naso, riesce ad attirare presso di sé gli altri figli della mezzanotte e metterli in contatto tra loro. È così che conoscerà Shiva, ma anche la “strega” Parvati, che diventerà l’amore della sua vita…,La vita di Sinai si intreccia con alcune delle vicende più drammatiche e oscure del sub continente indiano: dalla guerra indo-pakistana a quella che provocherà l’indipendenza del Bangladesh, ma anche al periodo di emergenza nazionale decretato da Indira Gandhi. E proprio il controverso Primo Ministro diventa con una virata quasi fantasy una pericolosa antagonista, trasformandosi in una versione indiana del Voldemort di Harry Potter, che fa cercare e incarcerare i magici figli della notte dell’Indipendenza che mettono in pericolo il suo status di madre protettrice dell’India. ,Se in casi come questi il tono del film è quello spinto del dramma, però, è chiaro che l’ispirazione, non sempre coerentemente seguita dagli autori, non è quella dell’epica tout court, quanto piuttosto quella di una disincantata decostruzione di miti, favole e destino, si tratti dell’amore a prima vista (come quello, sia pure sui generis, dei nonni del protagonista, un medico che conosce la sua futura sposa attraverso il foro di un lenzuolo che “difende” la sua virtù agli occhi degli estranei), o di quello dei salvatori predestinati di una nazione, che alla fine se la caveranno per il rotto della cuffia e non compiranno nessun gesto davvero eccezionale. Le loro vite, come l’India con cui condividono la data di nascita, sono “atti di amore” cui, però, sfugge sempre un “destino manifesto”, che si avvitano nella lotta per la sopravvivenza tra lutti, sciagure o semplici, paradossali colpi di sfortuna.,Il Rushdie sceneggiatore, purtroppo, è meno efficace del Rushdie scrittore: ci sarebbe forse voluta da parte sua un po’ di spietatezza in più (quella che inevitabilmente manca nei confronti del proprio materiale) e da parte della regista qualche guizzo di indipendenza per fare qualcosa di più di un romanzone familiare con qualcosa di Dickens e qualche lunghezza di troppo.,Laura Cotta Ramosino