… e cambia anche il film. Che da dramma sentimentale-ospedaliero prende la pericolosa via del film metafisico, sull’onda di nomi sacri come Kieslowski e Pirandello e di recenti tentativi riusciti (Il sesto senso) o meno (Vanilla Sky) di annullare il confine tra vita e morte. Ma abbiamo già detto troppo. Eppure con quell’ambulanza che cade nel Tevere annega anche ogni parvenza di logica cinematografica nel film di Michele Placido (subito dopo, incongruenza grave per le premesse del regista, che pure vorrebbe tener nascosto il “colpo di scena”, un maglione viene prestato da una zingara ad Accorsi…), al quale si può solo dare atto di essersi messo in gioco con un film davvero rischioso (ma da regista ha dato il meglio di sè con film realistici come Un eroe borghese e Del perduto amore, non sembra padroneggiare temi complessi). E basta. Nel quartetto di attori principali recitano uno peggio dell’altro (si salva solo la Bobulova, cui pure viene regalata una delle scene più ridicole, che fa saltare la tensione drammatica e partire le prime risate: quando resiste a un tentativo di stupro del primario Dionisi e dopo avergli assestato un deciso colpo proprio “là” gli chiede scusa alquanto premurosa), le battute dei dialoghi sono spesso imbarazzanti, si perde spesso il filo di certi vaneggiamenti sull’amore che sembrano non avere né capo né coda. Anche se, a fatica, alla fine emerge il sospetto che l’idea che dovrebbe sostenere Ovunque sei – il rimpianto di un amore appassito, che si cerca di rivivere quando è troppo tardi – non era completamente da buttar via, se fosse stato affidato ad altre mani e ad altri volti, sorretti da una sceneggiatura più ferrea. Su tutto il can can che per taluni sta decretando il successo di questo film più squinternato che brutto – non tanto l’esagerata gazzarra della stampa a Venezia, che contestò rumorosamente il film, quanto il doppio nudo finale che chiude la pellicole con tanto di “membro” di Accorsi in bella vista – è proprio il caso di stendere un velo pietoso.,Antonio Autieri