Jacques Audiard, che aveva conquistato plauso di critica e pubblico con il suo Profeta, torna con una vicenda di sofferenza e, forse, d’amore, che punta tutto su due personaggi (il “primitivo” ed istintivo Ali, e la dura Stephanie) e due interpreti (il belga Schoenaerts, che spinge sulla fisicità fino a far credere di non avere vita interiore, e la Cotillard, totalmente immedesimata nella sua determinazione) per dar corpo a un film che sceglie volutamente di eludere alcuni snodi del racconto perché lo spettatore si concentri sulle impressioni date dagli incontri dei protagonisti.,I due sono costruiti per essere allo stesso tempo simili e opposti, entrambi “manchevoli” (lei fisicamente, lui rispetto ai sentimenti), entrambi soli(tari), evidentemente incapaci di trovare una collocazione nel mondo in cui vivono. Lui, che sbarca il lunario lottando nei combattimenti illegali gestiti da uno zingaro, si dimentica il figlio a scuola per fare sesso con una donna rimorchiata in palestra. Lei, bella e determinata, è protagonista di uno spettacolo in cui controlla bestie enormi e pericolose nello stesso modo in cui sembra voler dominare gli uomini attorno a sé, e non è meno infelice, delusa dagli stessi sguardi che sembra ossessivamente cercare.,Benché la pellicola si concentri per ampi tratti su Ali e il suo mondo, è l’incidente che spezza il corpo di Stephanie (raccontato in modo anti-spettacolare, ma efficace) a portare le vite dei due ad intrecciarsi in modo inaspettato.,Audiard del resto non è affatto interessato a esplorare il tema della disabilità in modo “melodrammatico”, e, pagato il dazio di alcune scene ospedaliere in cui comunque la Cotillard riesce a dare verità alle reazioni del suo personaggio, procede nella sua narrazione (fatta più di impressioni che di un plot tradizionale) puntando sul contrasto tra l’immediatezza istintiva dei comportamenti di Ali (che è la sua forza e al tempo stesso la sua maledizione) e l’approccio più riflessivo preso da Stephanie dopo il suo incidente. Lei lo cerca perché forse già spera che la sua “brutalità” la costringa a uscire dall’impasse in cui si trova, lui è fin troppo basico per farsi problemi nell’interagire con lei. Che prima o poi questa “amicizia” scivoli nel sesso (per lui niente più che una ginnastica da esercitare quando se ne ha voglia, per lei forse il tentativo di riprendere contatto con il corpo di cui era sempre stata padrona) è forse il passaggio meno originale, anche se chiaramente Audiard lavora su queste scene per definire i personaggi e rimettere in discussione la loro relazione.,E infatti il film torna a diventare più interessante quando Stephanie, sempre lei, che forse è costretta a prendere tutto molto più sul serio (come Ali farà solo alla fine, quando lui stesso guarderà in faccia la morte), si rende conto di volere di più. Del resto l’abbiamo vista ritrovare la dignità e la voglia di vivere quando la necessità la mette in una nuova arena di “belve” (il cortile dove Ali disputa i suoi incontri) e quando ritorna a guardare – seppur attraverso un vetro – le sue orche, guidandole con precisi movimenti del corpo. E una volta fatto questo passo è abbastanza ovvio che si renda conto che anche il rapporto con Ali non può restare lo stesso…un passaggio che per lui, testardamente ottuso rispetto a lei come rispetto a suo figlio e ai suoi cari, sarà più complesso.,Il film di Audiard non è facile, perché contiene meno narrazione tradizionale di quanto questo scritto faccia credere e forse anche perché in qualche modo le ellissi che si permette finiscono per lasciare un po’ troppe domande senza risposta. Eppure il regista e i suoi attori riescono a toccare il cuore dello spettatore, a far emergere l’umanità di due personaggi insoliti e tutt’altro che empatici, evitando di puntare sul patetismo e invece ingaggiando con lui (e insieme a lui) una sorta di “lotta” in cui vive la scommessa di una seconda possibilità. ,Luisa Cotta Ramosino