Trasposizione del romanzo simbolo della beat generation, il film di Walter Salles ha ricevuto un’accoglienza tiepida al Festival di Cannes 2012 dove è stato presentato con gran fanfara grazie soprattutto alla presenza nel cast di Kristin Stewart, divetta della saga di Twilight. La difficoltà di adattare questo testo su cui aveva messo gli occhi già Francis Ford Coppola nel 1978 (ma lo stesso Kerouac aveva contattato Marlon Brando a fine anni 50 per sondare la possibilità di realizzare un film) è evidente. Non tanto per la natura “rivoluzionaria e scandalosa” delle esperienze narrate dal narratore- protagonista (oggi giorno siamo abituati a ben altro…), ma per la difficoltà di rendere, al di là di una struttura da road movie, un flusso di pensieri e coscienza che si fa parola, senza banalizzare uno sguardo che rilegge gli spazi e i momenti della vita americana e cerca di riappropriarsene attraverso il filtro (spesso alterato dall’uso generoso di droghe) di una nuova cultura.,La regia di Salles (che ha fatto pratica, insieme al suo sceneggiatore di fiducia, con I diari della motocicletta) è astuta (un mix di camera a mano e aperture, alcune pronte a trasformarsi in inquadrature da cartolina dei luoghi simbolo dell’America), la colonna sonora traboccante di jazz, il cast furbetto (ma francamente un po’deludente se non per i tre minuti di Viggo Mortensen e l’intensa partecipazione di Kirsten Dunst), la spontaneità dei personaggi in realtà fin troppo calcolata. Succede così che il risultato finale scivoli nel patinato, trascinandosi tra i luoghi culto del romanzo (con le occasionali voice over che riportano alcuni brani della personalissima prosa di Kerouac con poca efficacia) senza riuscire a coinvolgere lo spettatore e finendo per creare addirittura una sorta di insofferenza nei confronti di personaggi di cui non si penetra mai davvero l’interiorità. Non aiuta un doppiaggio straniante dei due protagonisti principali (lo scialbo Sam Riley e il più convincente Hedlund), né la sensazione che le scene di nudo e sesso, servite con regolarità, siano più un tentativo di risvegliare l’interesse del pubblico per una storia che non riesce mai a mettere radici piuttosto che il modo efficace di mettere in scena il percorso esistenziale dell’inquieto Sal e dei suoi compagni di avventura. Un’inquietudine che è chiaramente comune a tutti i personaggi in diverso grado, ma che viene resa troppo spesso solo a parole, mentre quel che viene raccontato fa sì che tutti i protagonisti ci appaiano troppo spesso solo come degli immaturi velleitari e alla lunga fastidiosi.,Sorge il dubbio che gli autori non sapessero se rivolgersi a un’audience di lettori “colti” oppure di buttarsi (come farebbe pensare la scelta della Stewart) verso la platea degli young adult che tanto fa gola al cinema americano di oggi. Il film, maturato nell’ambito della produzione semi-indipendente, di fatto dà l’impressione di restare sempre sulla superficie delle cose: dell’esperienza umana che vorrebbe raccontare, della straordinarietà letteraria che vorrebbe ridare attraverso il mezzo cinematografico, del momento di storica svolta culturale a cui vorrebbe alludere attraverso gli incontri che i protagonisti fanno nei loro viaggi lungo le strade dell’America e del Messico. Ed è forse quest’ultimo frammento di racconto che evidenzia in modo esemplare il limite di questa pellicola in cui le grandi risorse impiegate rischiano di tradursi solo in frammenti da cartolina, con uno sguardo sul mondo che sembra abbracciare più il pittoresco (qui quello delle luci e dei bordelli del Messico, nella prima parte quello delle città e delle pianure americane) che l’autentico. Un’operazione che deluderà chi ha amato il romanzo senza per questo conquistare il pubblico di chi è allergico alla pagina scritta.,Luisa Cotta Ramosino