1876. Pagato per addestrare l’esercito giapponese in difficoltà coi propri samurai rivoltosi, l’americano e malandato eroe di guerra Nathan Algern (Tom Cruise) viene rapito dai ribelli in uno scontro. Dapprima conosce e poi abbraccia fino alle estreme conseguenze la loro causa, votata alla lotta per la tradizione e l’identità del popolo giapponese, che il governo ufficiale vuole lasciarsi alle spalle per entrare a qualunque costo nell’agognata modernità. , ,UNA CRITICA FAVOREVOLE….,Dall’Ovest all’est: dal Western al Eastern. Il Giappone: è questa la nuova frontiera della “terra promessa”? Il luogo dove depurare le tossine esistenziali e riscoprire i sentimenti e la voglia di tenerezza, “Lost in traslatino”, oppure ritrovare gli autentici valori umani, spirituali, religiosi, morali e di amicizia virile? “L’ultimo samurai” è un film sontuoso e suggestivo, confezionato con cura e indubbia professionalità, nella migliore tradizione dei kolossal hollywoodiani. Lo spettacolo indubbiamente funziona: nel contempo la critica non faticherà nel trovare citazioni e illustri antecedenti. Da Eisenstein a Kurosawa, i corpo a corpo dettagliati come in Braveheart, le frecce scagliate nel cielo che ricadono sui corpi come nell’”Enrico V “di L. Olivier. E ancora “Lawrence D’Arabia” e “Balla coi Lupi”, dove l’uomo occidentale impara a rispettare il “diverso”. La somiglianza più evidente è però con il “Mestiere delle armi” di Olmi: anche lì l’asse narrativo principale verteva sulla contrapposizione tra tradizione e modernità. L’introduzione delle armi da fuoco (tecnologia) azzerava i codici d’onore del cavaliere cristiano occidentale e snaturava la dinamica del combattimento col nemico. Con le armi “tradizionali”vince il più forte e il più abile e i duellanti si vedono in volto, insomma il “fattore umano” è determinante. Con i cannoni o le mitragliatrici può vincere anche il più debole e non si vede più in faccia il nemico. In questo senso “L’ultimo samurai” è il canto del cigno, commovente e toccante, di un mondo e di una civiltà che in pochi anni sarà travolto dalla modernizzazione e dalla “globalizzazione”. Sul piano drammaturgico e narrativo: oltre ai bravissimi Tom Cruise (cronaca di un Oscar annunciato?) e Ken Watanabe, poco spazio e approfondimento viene concesso agli altri personaggi della storia. Sull’impianto ideologico e culturale aleggia un accentuato manicheismo di fondo: i valori sono tutti nel “codice del samurai” nipponico, i disvalori (corruzione, soldi, potere), generati dalla matrice perversa dell’uomo occidentale. In linea perfetta con un certo vago e generico spiritualismo New Age, imperante oggi a Hollywood. Un’ipotesi: dopo l’11 settembre 2001, il cinema americano ha accentuato il processo di revisione critica della sua storia e dei suoi miti, facendoli a pezzi fino a farsi del male… Qualche titolo? “Gangs of New York”, “la 25° ora”, “Mystic River”, “Il prezzo della libertà”.,…E UNA CONTRARIA,Il primo film che riaffiora alla mente nel vedere “L’ultimo samurai” è “Braveheart”, di e con Mel Gibson. Sarà per tutte quelle scene di guerre con cruenti scontri frontali; sarà per il leader che trascina il suo esercito apparentemente più debole a vittorie morali; o forse per l’amore tra il protagonista e una straniera; o forse ancora per il desiderio di un popolo di affermare la propria identità. Il confronto però non fa altro che lasciare ancora più distaccati da quest’ultima opera del virtuoso Zwick. Infatti è difficile realizzare un film con grandi slanci ideali e sostenerli per circa due ore orchestrando insieme lotte per il potere, storia d’amore, identità di un popolo che si affaccia alla modernità, amicizia e quant’altro: forse viene in mente “Braveheart” perché questo ci è riuscito, “L’ultimo samurai” no, o perlomeno non del tutto. Le premesse ci sono: Algern ha coscienza del male fatto in patria (ha infierito sugli indiani al fianco del generale Custer) e cerca espiazione; il suo desiderio di essere rivalutato come uomo si incontra con quello dei samurai che al contrario di lui non vogliono nascondersi dal mondo, ma “essere visti” dal mondo in tutta la loro interezza umana, che ha una storia e un codice ben preciso; la risoluta fedeltà per l’imperatore del capo dei samurai, Tsakumoto, per il quale il bene superiore è l’unità – attraverso la figura dell’imperatore appunto – del proprio paese; unità e fedeltà pagate a duro prezzo; la consapevolezza della ferocia della guerra negli occhi di guerrieri pur così lontani come Algern e Tsakumoto. ,Ma le buone premesse non sembrano essere sfruttate a dovere, quasi che non giustificassero abbastanza le pur grandi imprese dei protagonisti. La storia della donna che accoglie in casa sua Algern; il rapporto, l’incontro di culture tra Algern e Tsakumoto; il pesante rimorso di Algern per la violenza usata in patria contro gli indiani e il suo interesse per loro (ne annotava usi e costumi su un taccuino): tutto questo viene sminuito, in favore delle scene di duello con cui l’americano impara a usare la spada giapponese. In definitiva tutti gli assi nella manica di cui il regista disponeva – protagonista, una bella storia, ottimi costumi ed ambientazione, bravi caratteristi giapponesi – ha mancato proprio della principale dote dei samurai: il coraggio. Purtroppo la forte sensazione finale è che si sia sprecata la possibilità di realizzare un film migliore per esaltare le doti del divo, seppur bravo e intenso, Tom Cruise. ,